Si è chiuso in se stesso, dentro una cella. Poi si è chiuso anche il respiro. Un sacchetto di plastica stretto al collo, una piccola bombola di gas propano, la solitudine. Così è morto, nella notte tra l’1 e il 2 agosto, un giovane detenuto libico nel carcere di Brissogne. Meno di trent’anni, un passato segnato dai reati legati allo spaccio di stupefacenti, un presente spietatamente carcerario. Il futuro, invece, si è spento alle due del mattino, quando gli agenti della Polizia penitenziaria hanno trovato il suo corpo senza vita. Inutili i soccorsi, troppo tardi l’allarme.
Il gesto, per quanto terribile, non è purtroppo isolato né sconosciuto. In ambiente carcerario, la tecnica è nota: la plastica intrappola il gas, l’inalazione porta rapidamente alla perdita di coscienza, e poi alla morte. Un suicidio lucido, preparato, silenzioso. Senza urla, senza richieste d’aiuto. La morte in carcere spesso arriva così: nella notte, nel silenzio di una cella, sotto le telecamere spente dell’attenzione pubblica.
La direzione del penitenziario ha aperto un’indagine interna per ricostruire le ultime ore di vita del giovane. La procura di Aosta ha disposto l’autopsia. La salma, ora, si trova nell’obitorio del cimitero di Aosta, in attesa di essere riconosciuta ufficialmente e, forse, restituita a una famiglia che vive a migliaia di chilometri di distanza. Il consolato libico è stato allertato e ha avviato i contatti con le autorità italiane per il trasferimento della salma.
Ma oltre i fatti, c’è il peso. Un suicidio in carcere non è mai soltanto un evento individuale: è una sconfitta collettiva. Di un sistema che spesso dimentica, che chiude dentro e poi si volta dall’altra parte. Secondo l’associazione “Antigone”, nei primi sette mesi del 2025 sono già oltre 50 i suicidi registrati nelle carceri italiane. Numeri allarmanti, che raccontano un disagio profondo, strutturale. Uomini giovani, spesso stranieri, poveri, tossicodipendenti, con storie difficili alle spalle e nessuna prospettiva davanti.
Il carcere di Brissogne, una struttura relativamente piccola, non è nuovo a episodi critici: sovraffollamento, carenza di personale, pochi educatori, mancanza di attività di reinserimento. In queste condizioni, la detenzione diventa facilmente esclusione definitiva. È in questi spazi che la fragilità si trasforma in tragedia. La domanda non è più “perché lo ha fatto?”, ma “perché non è stato aiutato prima?”.
Serve più sorveglianza? Certo. Ma serve anche e soprattutto più ascolto, più prevenzione, più attenzione alle persone che stanno scontando una pena, non alla loro colpa. Il suicidio di Brissogne non è un fulmine a ciel sereno: è la conferma di un cielo cupo che grava su molte carceri italiane, anche quelle apparentemente tranquille.
E intanto, da una cella della Valle d’Aosta, un giovane uomo è uscito da questo mondo da solo, come forse ci era entrato. Con la morte tra le mani e nessuno che potesse fermarla.