Nel silenzio dell’estate, mentre la politica istituzionale si prepara al letargo agostano, c’è chi alza la voce per chiedere coerenza, visione e prudenza. Lunedì 21 luglio, Valle d’Aosta Aperta ha presentato pubblicamente le proprie osservazioni al progetto di ampliamento del bacino del Leissé, firmato dalla società Pila Spa. Una serata di confronto tecnico e politico, con l’intervento della consigliera Erika Guichardaz e degli ingegneri Marco Foretier ed Ezio Roppolo, che non si sono limitati a criticare: hanno proposto domande, alternative e – soprattutto – un principio. Prima di scavare, bisogna pensare.
Al centro del confronto, un numero che fa la differenza: 14,95 metri. È l’altezza dello sbarramento prevista dal progetto, appena al di sotto della soglia che imporrebbe il controllo da parte dell’Autorità nazionale sulle dighe. “Un valore non motivato da esigenze progettuali, ma evidentemente funzionale a evitare la vigilanza di un’autorità tecnica terza”, è stato spiegato. Un escamotage che solleva interrogativi sul metodo più che sul merito, e che porta con sé rischi non solo normativi ma anche ambientali e idrogeologici, considerando che lo sbarramento sarà costruito con terra di scavo, materiale che non consente grande precisione.
Ma i dubbi vanno oltre le altezze e si allargano a un’intera concezione dello sviluppo. “Manca una visione generale”, denunciano i tecnici, che hanno messo in fila le criticità del progetto: si parte dalla “dimensione eccessiva dell’intervento, figlia di un’autentica mania di gigantismo” per arrivare all’assenza di valutazioni su soluzioni alternative meno impattanti, che tengano conto dell’intero ecosistema della conca di Pila. Il consumo di suolo – oltre 13.000 metri quadri – e la movimentazione prevista di 120.000 metri cubi di terra, accompagnati dalla produzione di rifiuti come le 25 tonnellate del telo impermeabile da smaltire, mostrano un’opera invasiva.
Anche il prelievo idrico previsto dal torrente di Gressan fa discutere: passerebbe da 114.630 a circa 224.000 metri cubi annui. Una scelta giudicata “problematico aumento della derivazione d’acqua”, in una stagione in cui i cambiamenti climatici impongono prudenza, misure compensative e coerenza con le strategie di adattamento. E proprio di coerenza si parla nelle osservazioni, che sottolineano come questo progetto sembri muoversi in direzione opposta rispetto agli impegni presi con la Strategia Regionale di Sviluppo Sostenibile: “Un intervento anacronistico, che ignora il paesaggio e l’invito a ripensare i modelli turistici”, afferma Guichardaz.
C’è poi il tema dei costi, economici ed energetici. I numeri riportati sono eloquenti: 7,1 milioni di euro di spesa per aumentare la capacità di invaso, a fronte di un consumo energetico stimato di 2.530 MWh per la produzione di neve artificiale, con conseguente emissione di circa 650 tonnellate di CO₂ ogni anno. “Mancano valutazioni chiare e aggiornate – è stato detto – sia sull’effettiva utilità dell’opera che sulla sua sostenibilità finanziaria”. E rimane in sospeso anche il nodo dell’impatto sul contesto turistico attuale e futuro: il progetto non chiarisce in che modo l’opera influirà sul Golf e sulla Golf House, né fornisce una roadmap attendibile sull’ampliamento del domaine skiable.
La richiesta finale è semplice quanto ineludibile: un’integrazione del progetto che sia profonda, non formale, e che apra un percorso di confronto reale con le comunità locali, i portatori di interesse e i soggetti tecnici indipendenti. “Valle d’Aosta Aperta – si legge nella nota – invita alla verifica di alternative meno impattanti che possano rispondere anche alle esigenze del settore agricolo”. Un’apertura non ideologica ma concreta, che ribalta il ragionamento: non è il bacino in sé a essere respinto, ma il suo modo di essere pensato, calato dall’alto, scollegato dal contesto e dalle priorità ambientali del nostro tempo.
In fondo, la questione non è solo tecnica. È politica, etica, sociale. Chi decide cosa sia davvero “utile” per la collettività? E come valutiamo il bilancio tra ciò che togliamo e ciò che otteniamo? Le dighe sotto soglia raccontano un modo di pensare le opere pubbliche che mette in secondo piano il controllo e il bene comune, privilegiando la scorciatoia. Eppure, se la montagna ci insegna qualcosa, è proprio che le scorciatoie – spesso – sono le più pericolose.
Occorre fermarsi, guardare il panorama e scegliere la strada più giusta. Anche se più lunga, anche se in salita.
Si c’est ça l’avenir de la montagne, gonflée d’eau, d’énergie et de CO₂… alors peut-être qu’il est temps de rebaptiser le tourisme “neige artificielle” en “neige artificieuse”. Et pendant qu’on y est, pourquoi ne pas confier aussi la gestion des glaciers à des promoteurs immobiliers?