L’ultimo escamotage della politica nostrana consiste nell’elaborare una strategia per impedire il rischio di elezioni anticipate. Effettivamente, la legislatura dovrebbe durare cinque anni tondi e non solo molti mesi arrotondati a seconda della bisogna. La scadenza quinquennale è in linea con la Costituzione, ma v’è una obiezione di merito che va considerata: se chi ha vinto le elezioni non governa e chi ha perso si ritrova al vertice con vari sotterfugi, allora chi è premiato dal voto si sente depredato rispetto alla volontà scaturita dalle urne.
La posta in gioco è la credibilità della politica e, con essa, la sottomissione di una intera legislatura – la XVIII a – al “legittimo” (……) varo di Governi che non hanno ricevuto il placet elettorale. Se chi ha prevalso negli esiti delle urne viene ignorato per via dei soliti maneggi dei poteri forti, allora diventa difficile parlare di tenuta delle Istituzioni e di credibilità di una classe politica da troppo tempo in balìa di incertezze e di ogni possibile risvolto parlamentare.
Così, la fedeltà al mandato ricevuto dura se coincide con l’interesse personale e non con quello del partito di riferimento. La cronaca parlamentare, in effetti, ci consegna Gruppi Misti con tanti partecipanti che rappresentano la Nazione e che si sentono liberi di votare senza alcun vincolo di mandato. Essi sono talmente liberi che seguono l’idea politica più consona al loro personale futuro che non a quello dell’interesse generale: il senso del potere prevale sul senso dello Stato con gli “amici” che diventano “nemici” e viceversa.
Questa è la spada di Damocle che scintilla sulle prossime elezioni del Presidente della Repubblica, il vero garante delle Istituzioni. Questo è il rendezvous del 18 gennaio 2022 e dei giorni a seguire, quando il destino della Repubblica sarà affidato ad oltre 1.000 grandi Elettori. Torna di moda il disegno politico di Filippo il Macedone che nel IV° secolo a. C. diceva: “Diàirei (dividi) kài (e) basileue (comanda)” (il famoso “divide et impera” di romana memoria) che lascia aperte molte incognite sulle votazioni più importanti della nostra Repubblica, mentre l’incertezza regna sovrana in piena crisi economica e sanitaria.
Gli oltre seimila emendamenti presentati sulla legge finanziaria, ridotti poi dal Governo Draghi e blindati al Senato, sono la prova evidente di tutte le difficoltà derivanti dalla crisi delle forze politiche. Esigua, ma pure vera, è la speranza in un cambiamento che rianimi la Repubblica, ma bisogna anche dire che non è mai troppo tardi, finché non è tardi, per ricordare il racconto di Cicerone nelle sue “Tusculanae disputationes” sul banchetto con la spada pendente offerto a Damocle da Dionigi il tiranno di Siracusa.