CRONACA - 01 settembre 2026, 22:40

Luca Mauri, la montagna come vita: muore a 56 anni uno dei pionieri della mountain bike valdostana

L’ingegnere di Roisan è morto dopo una caduta nel Vallone dell’Urtier, sopra Cogne. Ex biker Elite, aveva gareggiato anche in Coppa del Mondo e contribuito negli anni Novanta alla crescita della mountain bike in Valle d’Aosta. Dopo l’agonismo aveva continuato a vivere la montagna attraverso trail, vertical e lunghe escursioni in bicicletta

Luca Mauri, la montagna come vita: muore a 56 anni uno dei pionieri della mountain bike valdostana

La notizia della morte di Luca Mauri riporta alla memoria una stagione dello sport valdostano nella quale la mountain bike era ancora una disciplina quasi tutta da costruire. Mauri, 56 anni, ingegnere residente a Roisan, è morto nella giornata di oggi, 1° settembre 2026, in seguito a una caduta in bicicletta lungo un sentiero in quota nella zona dell’Invergneux, nel Vallone dell’Urtier, sopra Cogne.

A dare l’allarme sono stati alcuni escursionisti che, nella mattinata, hanno notato il corpo nei pressi del sentiero. Sul posto è intervenuto il Soccorso alpino valdostano, che ha recuperato la salma. L’uomo era privo di documenti e le operazioni di identificazione sono state affidate alla Guardia di finanza di Courmayeur. Si è trattato di un incidente autonomo, durante un’escursione in solitaria, una modalità che Mauri conosceva bene e che faceva parte del suo rapporto abituale con la montagna.

La sua morte assume però un significato particolare per la storia sportiva della Valle d’Aosta. Mauri apparteneva infatti alla generazione che, all’inizio degli anni Novanta, contribuì a trasformare la mountain bike da fenomeno ancora di nicchia a disciplina sportiva strutturata. In quegli anni le biciclette cominciavano a lasciare sempre più spesso l’asfalto per affrontare sentieri e sterrati e gli atleti erano, al tempo stesso, protagonisti e sperimentatori di un movimento che stava rapidamente cambiando.

Mauri iniziò a gareggiare nel 1992, dopo che nel 1991 il Ciocco, in Toscana, aveva ospitato la seconda edizione dei Campionati mondiali di mountain bike. Non prese parte a quella rassegna iridata, ma fu protagonista della stagione successiva e negli anni seguenti costruì un curriculum di alto livello, arrivando anche a confrontarsi con il circuito della Coppa del Mondo nella categoria Elite.

In Valle d’Aosta fu tra gli interpreti più importanti di quella fase pionieristica. Era un periodo molto diverso da quello attuale: non esistevano ancora il grande movimento amatoriale, la sofisticazione tecnica delle biciclette moderne, la moltiplicazione degli eventi e la professionalizzazione che avrebbe accompagnato la disciplina fino all'ingresso nel programma olimpico. A fare la differenza erano soprattutto la preparazione degli atleti, la capacità di adattarsi ai terreni e una buona dose di esplorazione.

In questo contesto Mauri trovava un ambiente particolarmente congeniale. La formazione da ingegnere si accompagnava alla sensibilità tecnica propria di chi aveva trascorso anni sulle biciclette e sui sentieri. Il rapporto tra competenza professionale e passione sportiva sarebbe rimasto una costante anche dopo la conclusione della carriera agonistica nella mountain bike.

Mauri, infatti, non aveva mai realmente smesso di essere un atleta. Semplicemente, aveva progressivamente spostato il proprio terreno di confronto. Dalla mountain bike era passato alle gare di trail e vertical, continuando a misurarsi con la montagna e con la fatica. Aveva partecipato anche al 4K, una delle esperienze che meglio rappresentano la dimensione endurance dello sport valdostano, e nel 2011 era stato tra i protagonisti della seconda edizione del Tor des Géants.

In quella gara, nelle fasi iniziali, il suo nome compariva immediatamente alle spalle di alcuni tra i più forti specialisti internazionali, come Salvador Calvo Redondo, Christophe Le Saux, Ulrich Gross e Dennis Brunod. Era la conferma di una caratteristica che lo aveva accompagnato per tutta la carriera: Mauri non aveva bisogno di essere costantemente in gara per mantenere un livello atletico elevato.

Lo dimostrano anche i risultati ottenuti nelle competizioni verticali. Nel 2014, al Vertical della Becca di Viou, sulle montagne di casa tra Valpelline e Roisan, concluse al 3° posto con il tempo di 1 ora, 30 minuti e 53 secondi. Una stagione più tardi, nel 2015, al GranParadiso Vertical di Valsavarenche, una gara di 3,8 chilometri con 1.000 metri di dislivello, fu addirittura 2° assoluto in 42'50", alle spalle di Dennis Brunod e davanti ad atleti di primo piano come Henri Grosjacques, Roberto Maguet e Massimo Gerard.

Numeri che raccontano bene la continuità di un atleta capace di attraversare epoche e discipline senza perdere il rapporto con la competizione. Dalle gare di mountain bike degli anni Novanta alle prove di endurance e ai vertical, Mauri aveva mantenuto una familiarità con la fatica e con l'ambiente alpino non comune. La bicicletta era cambiata, le gare erano cambiate, ma non era cambiato il bisogno di stare sulla montagna.

Accanto allo sport c’era poi la professione. Mauri era un ingegnere conosciuto in Valle d’Aosta e ancora recentemente la documentazione regionale lo indicava come responsabile tecnico del Centro di trattamento dei rifiuti liquidi di Brissogne. Anche in questo ambito emergeva quella dimensione tecnica e concreta che aveva caratterizzato il suo percorso sportivo.

È difficile separare, nel suo caso, l’uomo di sport dal professionista. Erano due aspetti diversi della stessa personalità, accomunati dalla ricerca di soluzioni, dalla conoscenza del territorio e dalla capacità di misurarsi con situazioni nelle quali esperienza e preparazione potevano fare la differenza. Una caratteristica che aveva portato con sé dai primi anni della mountain bike fino alle esperienze più recenti.

La sua morte avviene così proprio in quell’ambiente che aveva rappresentato una parte essenziale della sua vita. Non su un campo di gara, ma durante un’escursione personale, lontano dalla dimensione competitiva e dentro quella montagna che aveva continuato a frequentare anche dopo avere lasciato l’agonismo di alto livello.

La tragedia riporta inevitabilmente al centro anche il rapporto complesso tra sport, libertà e rischio in ambiente alpino. La Valle d’Aosta è diventata negli ultimi decenni una delle terre italiane più conosciute per mountain bike, trail running, skyrunning e attività outdoor. Un’evoluzione che ha prodotto economia, turismo e una nuova cultura sportiva, ma che continua a ricordare quanto il territorio montano richieda rispetto e consapevolezza, anche da parte di chi lo conosce profondamente.

Per la comunità sportiva valdostana, però, la scomparsa di Mauri significa soprattutto perdere uno degli uomini che quella cultura l’avevano costruita quando ancora non era un fenomeno di massa. Prima delle grandi manifestazioni, dei percorsi codificati e del turismo sportivo, c’erano atleti che cercavano sentieri, sperimentavano materiali, affrontavano salite e discese e contribuivano, gara dopo gara, a far crescere una disciplina.

Luca Mauri apparteneva a quella generazione. E forse è proprio questo l’aspetto più significativo della sua storia: essere rimasto legato alla montagna per tutta la vita sportiva, attraversando il passaggio dalla mountain bike pionieristica degli anni Novanta alle moderne discipline dell’endurance senza mai perdere il rapporto diretto con la bicicletta e con i sentieri. La sua ultima escursione si è conclusa tragicamente nel Vallone dell’Urtier, ma il suo nome rimane legato a una stagione nella quale la mountain bike valdostana cominciava a costruire la propria identità e, con essa, una parte della storia sportiva contemporanea della regione.

je.fe.

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