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ATTUALITÀ POLITICA | 27 marzo 2026, 11:52

Medici, non bombe: sessantatré anni dell’esercito in camice bianco

Dal 1963 a oggi, Cuba ha inviato i suoi medici in 165 Paesi del mondo, curato oltre due miliardi di persone e costruito ospedali dove altri mandano armi. Mentre l’embargo americano uccide i civili, noi europei dobbiamo trovare il coraggio di dire basta

Medici, non bombe: sessantatré anni dell’esercito in camice bianco

È una storia che comincia con un vecchio aereo Britania della Cubana de Aviación. A bordo, quel 23 maggio 1963, ci sono 29 medici, quattro stomatologi, 14 infermieri e sette tecnici sanitari. La loro destinazione è l’Algeria, appena liberata dal giogo coloniale francese dopo una guerra sanguinosissima. La loro missione è semplice: curare. Non portano fucili, non portano bombe, non portano interessi economici. Portano stetoscopi, farmaci e una convinzione radicata nel profondo: che la salute sia un diritto di ogni essere umano, ovunque esso si trovi.

La missione era tutta basata sulla volontarietà: nessuno fu mai costretto. Il dottor Pablo Resik Habib, che guidò quella prima brigata, raccontò per anni che ogni medico partì consapevole di cosa significasse andare: lavorare in mezzo al deserto, in piccoli gruppi, senza comodità, lontano dalla famiglia. La dottoressa Sara Perelló, pediatra nata nel 1920 e parte di quella prima brigata, distribuiva cure in giro per le campagne algerine su un camion attrezzato dai francesi: arrivavano in un campo, suonavano il clacson e i pazienti si stringevano intorno al veicolo in attesa. Alla fine della missione, nel luglio 1965, Sara disse: «Ci siamo sentiti più cresciuti, più umani, più utili. La nostra carriera aveva un significato più alto di quello che le avevamo dato».

Dopo l’Algeria vennero decenni di presenza silenziosa e costante. Dal 1965 al 1980, medici cubani affiancarono le lotte di liberazione in Angola, Etiopia, Congo. Nelson Mandela ringraziò più volte Cuba per il ruolo svolto nella grande battaglia di Cuito Cuanavale, che contribuì a spezzare il potere dell’apartheid in Africa meridionale. In Venezuela, a partire dal 2004, nell’ambito dell’Alleanza bolivariana, i medici cubani si insediarono nei barrios più poveri, dove nessun dottore aveva mai messo piede. La Misión Milagro, finanziata dal petrolio venezuelano e guidata dalle mani cubane, offrì cure oculistiche gratuite a quattro milioni di persone in tutta l’America Latina.

Il 19 settembre 2005 nacque la Brigata Henry Reeve — il Contingente Internazionale di Medici Specializzati in Situazioni di Disastri e Gravi Epidemie — che prese il nome da un giovane americano caduto a Cuba nel 1876 mentre combatteva per l’indipendenza dell’isola contro la Spagna. Fu creata subito dopo l’uragano Katrina. Cuba aveva offerto 10.000 medici per soccorrere le vittime di New Orleans. Il governo di George W. Bush rifiutò. Ma la brigata partì lo stesso, verso dove era accettata: Guatemala, Pakistan, Indonesia, Bolivia, Haiti. In Pakistan, dopo il terremoto del Kashmir che causò 100.000 morti, oltre 2.500 medici e infermieri cubani salirono sulle montagne innevate e montarono 30 ospedali da campo, restando per otto mesi.

Nel 2014 arrivò l’ebola in Africa occidentale. Mentre il mondo discuteva su come intervenire, oltre 460 professionisti cubani erano già in Guinea, Sierra Leone e Liberia, al fianco dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’OMS li riconobbe come uno dei contingenti più efficaci dell’intera risposta internazionale. Nel febbraio 2023, meno di 48 ore dopo i terribili terremoti in Turchia e Siria, una brigata cubana di 32 persone era già sul posto.

La pandemia di Covid-19 segnò una svolta simbolica straordinaria: per la prima volta nella storia, una missione volontaria di medici cubani arrivò in Europa occidentale. Nell’aprile 2020, la Brigata Henry Reeve atterrò a Malpensa. Cinquantadue specialisti — tutti uomini, molti dei quali veterani dell’Ebola — vennero a sostenere l’ospedale da campo di Crema, in Lombardia, nel pieno dell’emergenza. Poi arrivarono a Torino, alle OGR, le Officine Grandi Riparazioni trasformate in ospedale.

Oggi, a fine 2022, la cooperazione medica cubana è approdata stabilmente anche in Calabria. I primi 51 specialisti sono arrivati a dicembre 2022, seguiti da altri 120 nell’agosto 2023 e poi da ulteriori contingenti. Oggi circa 370 medici cubani lavorano in 27 ospedali delle province calabresi — Catanzaro, Cosenza, Crotone, Reggio Calabria, Vibo Valentia — per sopperire alle carenze di organico di un sistema sanitario che il nostro Paese fatica da anni a reggere.

Un’isola che dà camici bianchi al mondo e riceve embarghi: basta tacere

Cuba ha difetti, contraddizioni, problemi politici seri. Non è un eden e nessuno dice che lo sia. Ma questo non è il punto. Il punto è che un Paese che ha inviato 600.000 medici in 165 nazioni, che ha curato due miliardi di esseri umani, che ha mandato soccorsi dopo il terremoto di Haiti, dopo il ciclone in Mozambico, dopo l’Ebola in Africa, dopo il Covid in Italia — questo Paese non merita di essere lentamente strangolato dall’embargo più lungo della storia moderna.

È ora che l’Europa smetta di essere complice per omissione. È ora che anche noi — dalle nostre valli alpine, dalla nostra piccola regione — alziamo la voce. Non per difendere un sistema politico, ma per difendere un principio elementare: che il diritto alla salute dei bambini cubani non può essere sacrificato sulle ceneri di una Guerra Fredda finita trent’anni fa. Che l’odio non è una politica estera. Che un popolo che manda medici nel mondo, invece di armi e militari, merita rispetto. E merita, finalmente, di essere libero dall’embargo.

Vittore Lume-Rezoli

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