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CRONACA | 17 marzo 2026, 17:13

L’ora non cambia, ma il tempo sì: l’Italia sogna l’estate permanente

Tra risparmi energetici, ritmi biologici e qualche nostalgico del buio alle cinque del pomeriggio, torna a far discutere la proposta di mantenere l’ora legale tutto l’anno. Una scelta che promette più luce, meno consumi e un pizzico di ottimismo, ma che divide esperti e cittadini tra benefici concreti e dubbi sulla salute

L’ora non cambia, ma il tempo sì: l’Italia sogna l’estate permanente

Domenica 29 marzo 2026 torna l’ora legale, uno di quei piccoli riti collettivi che, puntuali come la primavera, rimettono mano alle nostre abitudini quotidiane. Nella notte tra sabato e domenica, alle 2.00, le lancette andranno spostate avanti di un’ora: si passerà direttamente alle 3.00, con la conseguenza immediata di perdere un’ora di sonno ma guadagnare più luce nelle ore serali.

Da quel momento, le giornate sembreranno allungarsi, con il sole che tramonterà più tardi e inviterà a vivere di più gli spazi aperti, tra passeggiate, sport e aperitivi che sanno già d’estate. È uno spostamento artificiale del tempo, certo, ma con effetti molto concreti sulla vita quotidiana e anche sui consumi energetici, che tendono a ridursi grazie al minor utilizzo dell’illuminazione artificiale.

L’ora legale resterà in vigore fino all’ultima domenica di ottobre, quando si tornerà all’ora solare. Nel frattempo, prepariamoci a qualche sbadiglio di troppo al mattino e a serate che sembreranno non finire mai: il prezzo da pagare, in fondo, per regalarsi un po’ di luce in più

C’è chi la aspetta come una liberazione e chi la vive come un piccolo trauma stagionale. Il cambio dell’ora, quel rito semestrale che ci regala un’ora di sonno in più o ce la sottrae senza troppi complimenti, potrebbe presto diventare un ricordo. La proposta di mantenere l’ora legale tutto l’anno è tornata infatti sul tavolo, rilanciando un dibattito che mescola scienza, economia e abitudini quotidiane.

L’idea, sulla carta, è semplice: dire addio all’ora solare e tenere stabilmente l’orologio avanti di un’ora. Tradotto nella vita reale: più luce nel tardo pomeriggio e nelle ore serali, meno lampadine accese e – almeno secondo i sostenitori – un risparmio energetico non trascurabile. Negli ultimi anni, anche complice la crisi energetica, il tema è diventato meno folkloristico e decisamente più politico.

I favorevoli parlano di benefici concreti. Più luce significa più tempo per attività all’aperto, consumi elettrici ridotti e, perché no, anche un impatto positivo sull’umore collettivo. Un Paese che esce dal lavoro con il sole ancora alto, si dice, è un Paese che vive di più e consuma meglio. Non è un caso che diverse associazioni abbiano spinto per questa soluzione, vedendola come una misura semplice ma efficace.

Ma non è tutto oro quello che brilla – o meglio, non tutta luce è necessariamente salutare. Gli esperti di cronobiologia mettono in guardia: spostare stabilmente l’orologio potrebbe creare uno sfasamento tra tempo “sociale” e tempo “biologico”, soprattutto nei mesi invernali. Il rischio? Mattine più buie, risvegli più difficili e possibili effetti su sonno e concentrazione, in particolare per studenti e lavoratori.

C’è poi un altro livello, quello europeo. L’Unione aveva già aperto alla possibilità di abolire il cambio dell’ora, lasciando agli Stati membri la scelta tra ora legale e solare. Ma il dossier si è arenato tra divisioni politiche e timori di creare un mosaico disordinato di fusi orari “personalizzati”. Risultato: tutto fermo, in attesa di tempi migliori – o di un accordo che metta tutti d’accordo, missione notoriamente complicata.

Nel frattempo, il dibattito resta aperto e, come spesso accade, si divide tra chi guarda ai numeri e chi alle sensazioni. Per alcuni è una questione di efficienza energetica, per altri di qualità della vita. Per molti, più semplicemente, è la speranza di smettere di litigare con la sveglia due volte l’anno.

Alla fine, la domanda è quasi filosofica: vogliamo più luce o più sonno? La risposta, come spesso succede, dipende dall’ora in cui ce lo chiediamo.

je.fe.

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