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ATTUALITÀ | 15 dicembre 2025, 12:00

La peggior democrazia e la miglior dittatura

Dal mito di Pertini alle democrazie di facciata: quando il voto diventa un alibi, l’astensione un favore al potere e i diritti una concessione opzionale

La peggior democrazia e la miglior dittatura

C’era una volta Sandro Pertini, presidente amatissimo, che con la sua voce roca e la schiena dritta ci regalò una frase diventata un mantra civile:
«È meglio la peggiore delle democrazie della migliore di tutte le dittature».

Applausi, commozione, citazioni scolastiche.
Ma oggi, alla luce di ciò che accade nel mondo, viene spontaneo chiedersi: davvero Pertini la ripeterebbe senza esitazioni?

Guardiamoci intorno. Paesi che si vantano di essere culla della democrazia eleggono presidenti come Donald Trump, che insulta una giornalista definendola “puttana”, ordina ai militari di sparare su barche sospette di traffici di droga, assalta e confisca petroliere come fossero bottiglie di Barolo. Padroni assoluti delle risorse, delle ricchezze e di interi popoli, senza che nessuno alzi un dito.
Eppure: questo sarebbe un Paese democratico. E lui è stato eletto democraticamente.

Come Netanyahu in Israele, eletto democraticamente anche lui. E noi europei continuiamo a definire Israele un baluardo di democrazia in mezzo a Paesi dipinti come barbari, chiudendo occhi e orecchie davanti a un genocidio che si sta consumando sotto gli occhi del mondo.

Questa non è democrazia. Un sistema che si arroga il diritto di prendere ciò che non è suo, di calpestare vite e diritti, non può definirsi civile né democratico.

Il voto è diventato un alibi. “Ci hanno votato, quindi governiamo”.
Sì, è vero, in parte. Ma governare non significa strangolare i diritti degli altri e, in barba a ogni regola, fare tutto ciò che si vuole. Non significa affidare incarichi e potere a politici condannati per corruzione, concussione, speculazioni.
Eppure siedono in poltrona, legittimati dal mantra: “Sono stati votati”.

Come se il voto fosse un lasciapassare per rubare con stile.
Una volta i politici compravano consenso con pacchi di pasta; oggi è più economico convincere la gente a non votare affatto. L’astensionismo è la nuova moneta di scambio: meno voti, più potere concentrato. E qualcuno ha pure il coraggio di spacciare questa rinuncia come “lotta per la democrazia”.

Il risultato è una classe di dittatori democratici, spavaldi e blindati dal consenso di quattro accoliti. Non li scalzi con un voto, perché il voto è diventato un elastico che si spezza sempre dalla parte del potere.

E allora torna la domanda: serve un nuovo 25 aprile? Serve un uomo giusto, forte, con idee chiare, onesto, rispettoso dei valori della Costituzione e capace di restituire diritti veri al popolo?

La provocazione è chiara: se fosse una “dittatura della giustizia”, quanti davvero la rifiuterebbero?

Pertini ci ha insegnato che la democrazia, anche zoppa, resta meglio di qualsiasi dittatura. Ma oggi rischiamo di vivere in un carosello di democrazie zoppe, dove il voto è un alibi, l’astensione un favore al potere e i diritti un optional da salotto.

Forse quella frase andrebbe aggiornata:
«È meglio la peggiore delle democrazie… purché non diventi la migliore delle dittature travestite da democrazia».

Vittore Lume-Rezoli

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