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Camminar pensando | 16 dicembre 2023, 10:30

Il giardiniere del Lama - Una storia fantastica

Capitolo DUE

PH. Mauro Carlesso

PH. Mauro Carlesso

Nel capitolo precedente: il protagonista Ulian si trova a raccontare all’amico ritrovato la genesi della sua vita a contatto con la Madre Terra. Dopo gli studi ed un esperienza di agricoltore con sua sorpresa viene contattato dalla sorella.

 

 “Il giorno dopo parlai al telefono con mia sorella che mi fece un discorso che non compresi bene salvo che avrei dovuto raggiungerla al più presto.

Era domenica quando mi accomiatai dai tre agricoltori. Abbracciai per ultimo compare Anania e partii.

 

Arrivai al Castello che era notte fatta. Il silenzio era irreale. Il buio quasi totale. Varcai il grande cancello spalancato sulla strada e con l’aiuto di qualche lume posizionato di tanto in tanto lungo dei vialetti aperti tra l’incolto della vegetazione vagai per un po' senza meta alcuna. La sagoma scura del Castello incuteva timore ma anche pace. Forse per la prima volta sperimentai il timore reverenziale che in seguito mi sarebbe stato di grande utilità. Gettai il sacco a terra in uno slargo d’erba e mi coricai. Mi addormentai come un sasso ma di un sonno che durante la notte divenne agitato. Non sapevo dove ero finito. Mia sorella era stata vaga a dire, a spiegare, a precisare.

 

Ricordo che mi svegliai di soprassalto ad un rumore come di passi. A questi si aggiunsero delle parole recitate in continuazione, sempre le stesse, incomprensibili e sommesse. Sollevai la testa dal giaciglio tendendo l’orecchio. I passi si facevano più vicini. Era ancora buio ma il giorno si stava facendo avanti ed il nero della notte era diventato più trasparente. Tra il fogliame comparvero alcuni uomini. In fila indiana e vestiti con tuniche procedevano lenti, quasi fossero in processione, verso di me.

 

Quando mi scorsero non parvero minimamente sorpresi o impauriti. Piuttosto uno di loro, interrompendo le giaculatorie, mi chiese se il viaggio fosse andato bene. Restai sbalordito quando anche un secondo monaco, avevo dedotto che fossero tali dall’abbigliamento e dalle preghiere che sentivo salmodiare, mi disse che il Lama mi stava aspettando. Risposi al monaco con altre due domande ovvero chi fosse mai questo Lama e perché mai stesse aspettando proprio me. I salmodianti non risposero e ripresero il loro lento deambulare scomparendo tra le frasche. Nel frattempo il giorno incedeva, l’aria si intiepidiva e la luce prendeva vigore. Rassettai il mio sacco con le quattro carabattole che mi ero portato appresso e cominciai a guardarmi attorno. Sapevo da mia sorella che il Castello appena rilevato da questo non ben precisato Lama (ma chi era questo Lama?) necessitava di cure e di personale attento, operoso e devoto (ma devoto a chi?). Tuttavia il carattere schivo e parco di mia sorella, della quale non sapevo quasi più nulla da tempo, non gli consentì di aggiungermi nulla di più e così, aggirandomi lentamente nel giardino provai ad immaginare cosa ci potesse fare lì uno come me, un contadino come me che fino a qualche ora prima si arrabattava tra i campi e dormiva nei casotti dei possidenti.”

 

Ulian fece una pausa. Il sole nel frattempo era scomparso definitivamente dietro i colli ed il cielo si era tinto di vermiglio. L’aria era calda ma non più torrida. Le api lavoravano ancora con orgoglio e dedizione. La terra rossa crepitava sotto i nostri passi e l’effluvio di lavanda ci riempiva le narici. Sostammo in un tratto del campo dove questo pianeggiava ed al centro sorgeva sospeso su un trespolo un piccolo e biancheggiante Stupa. Ulian manteneva lo sguardo alto sopra le colline, quasi all’inseguimento del sole coricatosi dietro di esse.

 

ph. Mauro Carlesso

Quando riprese a parlare pareva un’altra persona. La voce sembrava rotta dall’emozione. Lo sguardo lontano sembrava comunicare un’estasi. Io tacevo e restavo in piedi, immobile, ad ascoltare.

 

“Girovagai nel cortile del Castello senza incontrare nessuno. Avevo fame, varcai una porta cigolante che adduceva ad un lungo corridoio semibuio e deserto. Tornai fuori alla luce e sedetti su una panca nel mezzo di un’aiuola alquanto disordinata. Rovistai nel mio sacco trovando un avanzo di pane ed uno spicchio di pecorino di compare Anania, guardai in alto e mi incantai nell’osservare mille bandierine colorate sventolare come un gran pavese nel cielo ormai definitivamente azzurro. Ed attesi.

 

Sentii il cigolio di una porta che si apriva, diressi verso quel rumore lo sguardo e mi sentii chiamare. Col mio nome! Ma che aveva combinato mia sorella? Chi era che mi chiamava dal Castello a quest’ora del mattino? Era una donna, vestita di arancione ed amaranto, calva e dalla voce soave. Affacciatasi alla porta mi chiese di entrare e di seguirla. Raccolsi il sacco dalla panchina e mi diressi verso la donna che nel frattempo era scomparsa all’interno. Entrai e la ritrovai che saliva uno scalone in fondo al corridoio che avevo vanamente esplorato prima. La raggiunsi al piano superiore. Salimmo altre scale. E poi altre ancora fino ad arrivare ad uno spazio ampio proprio sotto la copertura del Castello. La donna mi fece accomodare in terra davanti ad una sorta di trono o altare (non capivo bene) e mi disse di attendere non dimenticandosi di aggiungere ‘con pazienza’.

 

Ero sempre più sorpreso ed al tempo stesso affascinato, quasi ammaliato da quel che mi stava accadendo e del quale non riuscivo a capirne il senso. Attesi. Affamato. Seduto come mi aveva insegnato la donna. Paziente, come mi aveva raccomandato la donna. L’ambiente era fresco, riposante, piacevole. Dalle piccole finestrelle ricavate nel sottotetto filtrava una luce dorata che si rifrangeva all’interno dell’ampio salone sui mille oggetti che lo arredavano tra i quali statue, arazzi, campane ed un grande gong. Più che un Castello mi parve una chiesa, o meglio un Monastero. Comunque un luogo di culto e, data la citazione del Lama, certamente Buddista.

 

E fu il Lama stesso ad entrare quando ormai la fame e la pazienza mi spingevano ad alzarmi ed andarmene. Che fosse il Lama me lo disse un monaco che lo seguiva a testa china. La mitica figura si sedette su quello che definivo trono-altare. Il monaco gli stette accanto in piedi. Per alcuni minuti non successe niente. Nessuno parlava. Io guardavo loro e loro guardavano me. O meglio il monaco guardava me perché il Lama teneva lo sguardo diretto altrove, oltre le mie spalle; avrei voluto girarmi per cercare ciò che sembrava attrarne l’attenzione.

Finalmente il monaco parlò e mi disse tre cose. Che il Lama mi aspettava. Che il Lama aveva bisogno di me. Che il Lama non usciva più dalle sue stanze.

 

Non sapevo che dire ma anche se avessi voluto parlare non avrei saputo come reagire. Il silenzio era di nuovo totale. Nel salone, che più tardi seppi chiamarsi Gompa, la luce che penetrava dai finestrini modificava solo le ombre. Tutto il resto restava immobile.

Fu il Lama a sbloccare l’imbarazzante impasse chiedendomi quando avrei cominciato. A fare cosa mi venne da rispondere ma tacqui. E lui, il Lama continuò, ‘oggi pomeriggio va bene?’“

 

Ulian fece una pausa. Io tacevo assieme a lui. Percepivo la sua emozione nel riandare a fatti così lontani nel tempo e profondi nell’anima.  

 

Riprese:” Non dissi niente. Forse, ma solo forse, accennai un assenso col capo. Il Lama si ritirò senza attendere la mia risposta. Rimasto solo mi alzai e scesi le scale fino a ritornare fuori, all’aria aperta in cerca di quel respiro che pochi istanti prima quel breve incontro mi aveva mozzato. In quel momento pensai ancora una volta a mia sorella: ma in che diavolo di intrigo mi stava cacciando? Vivevamo distanti, in tutti i sensi. Da anni. Perché mi aveva trascinato in questa indecifrabile situazione?

 

Quella sua telefonata così inaspettata e misteriosa iniziò tuttavia il suo disvelamento poche ore dopo quando, mentre vagavo ramingo tra i vialetti del giardino e dopo aver consumato un pasto frugale alla mensa del Castello, mi venne incontro il monaco che comandava la processione notturna. Senza giri di parole venne al punto: ‘Andiamo’ mi disse. ‘Il Lama ti aspetta’. Ormai ero pronto a tutto e lo seguii fino ad un angolo piuttosto rigoglioso del giardino. Avvolto tra le frasche, seduto su un masso pianeggiante nella posizione del loto trovai il Lama che subito mi parlò. ‘Dobbiamo ridare la bellezza a questo luogo’. Disse in un italiano stentato ma efficacie. ‘Dobbiamo creare un giardino dove passeggiare sia l’equivalente del pregare. E dove pregare equivalga a rispettare gli insetti, le piante, gli alberi, i cespugli, i fiori, gli animali ed anche gli esseri umani. Dobbiamo ricreare ciò che ci è stato donato, che abbiamo trovato e che sovente dimentichiamo. Dobbiamo realizzare un ambiente dove passeggiare, pregare ed osservare siano sinonimi di riduzione del dominio. Dove per dominio intendo quello dell’uomo sulla Natura intera. Dove ogni monaco, ed ognuno che ci verrà a trovare qui al Castello, possa ritrovare quella simbiosi tra ambiente e “controllo”. Una simbiosi, un controllo, che potrebbe essere definita “cura”. Ecco quel che dobbiamo fare. Dobbiamo ricreare, che vuol dire creare di nuovo senza sostituirci a quel Creatore che tu ben conosci, un contesto dove chi camminerà lungo i sentieri rinnovati possa scoprire dentro di sé la necessità di annullare la radicalizzazione del dominio, come quello che esercitano i tiranni sul loro popolo, e si sintonizzi invece sulla cura, come quella che manifestano le madri verso i loro figli. Insomma un diminuire il nostro “Io” per aumentare il resto, tutto il resto.

 

Come saprai anche nel misticismo cristiano è previsto che per far crescere l’altro devi diminuire tu, come Giovanni il Battista non ha mai smesso di ricordare. E così accade anche tra la Natura, che deve crescere e l’uomo, che deve diminuire.’

 

Ascoltai interessato, turbato, curioso ma soprattutto emozionato. Chiesi: e quindi?

 

‘Ti occuperai del giardino. Da quando mi è stato donato il Castello ed ho insediato la comunità di monaci non ho trovato nessuno disposto a svolgere l’amorevole mansione di giardiniere. I monaci consiglieri da tempo mi suggerivano di lasciar stare, di abbandonare l’impresa, di abbandonare addirittura il Castello. Ma io sapevo che saresti arrivato tu. Così ho semplicemente atteso e saper aspettare produce sempre i risultati auspicati. Ho già fatto acquistare tutta l’attrezzatura necessaria affinché questo luogo diventi, attraverso il tuo compassionevole lavoro, un luogo di preghiera per l’intera Umanità.’

 

Ma mi perdoni, mi permisi di chiedere, ma lei non sa neppure chi sono? E non abbiamo neppure discusso della paga…. Ma il Lama mi interruppe con gravità e gentilezza: ‘per me non serve sapere chi sei e per te non serve sapere quanto guadagnerai. Ad entrambi serve sapere che gli Uomini hanno bisogno di me e del tuo lavoro.

 

Dal tempo in cui sono qui, sono uscito in giardino due volte: la prima appena arrivato e l’altra oggi per incontrare te. Ti do tempo sei giorni. Dalla mattina del settimo giorno, appena sorgerà il sole passeggerò lungo i viali del Castello per godere dei profumi, dei colori, dell’aria, della luce che tu saprai riportare in questo giardino.

 

Passeggiare tra le siepi, i cespugli, gli alberi ed i fiori è una pratica di meditazione molto potente. Camminar pensando equivale a pregare. L’energia che si libera nella meditazione camminata raggiunge tutti gli esseri senzienti ovunque essi siano. Ed io non posso restare chiuso nelle sale: il giardino mi chiama, la sofferenza degli uomini mi chiama. Gli esseri umani che ogni giorno lasciano il loro corpo per mancanza di cibo mi chiamano. La compassione mi chiama.

E ad accompagnarmi nelle passeggiate sarai tu. Ti aspetto all’alba del settimo giorno.’

 

A quelle parole rimasi sbalordito e non osai aprir bocca. Il monaco alle spalle del Lama mi indirizzò uno sguardo benevolo d’intesa che suggeriva di non chiedere e fare niente.

La limpidezza delle parole del Lama toglieva ulteriore opacità alla mia famigerata domanda su cosa dovessi fare e soprattutto a chi avrei dovuto donare la mia attività, la mia vitalità: ridare splendore e bellezza ad un giardino perché divenga il percorso dalle preghiere a favore di tutti gli esseri senzienti.

Questo dovevo fare da oggi. Questo voleva il Lama che facessi io.

 

Un inaspettato senso di libertà catartica mi pervase e quando il Lama si ritirò venni preso in custodia da un paio di monaci che mi condussero nel cortile posteriore dell’edificio dove all’interno di un chiosco di legno erano riposti tutti gli attrezzi necessari. Mi mostrarono anche la camerata dove avrei soggiornato. La mensa ed il Gompa, il locale delle cerimonie, li avevo conosciuti così mi accompagnarono a vedere le frugali dimore dei monaci dislocate lungo la valletta e le ruote di preghiera (le ruote Mani). Infine venni accompagnato lungo il giardino che, con mia sorpresa trovai immenso. Fui piacevolmente colpito dalle dimensioni poiché immaginai che il tempo che avrei dovuto dedicare al lavoro sarebbe stato parecchio prolungando di conseguenza la permanenza in questo luogo dove incredibilmente ed inaspettatamente mi sentivo sempre più a mio agio. (2-SEGUE)

Mauro Carlesso scrittore e camminatore vegano

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