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CULTURA | 29 novembre 2022, 08:00

MAGISTRATI CADUTI NELLA LOTTA ALLA MAFIA ED AL TERRORISMO, UN SACRIFICIO IMMANE…

Il terrorismo, nero o rosso che si voglia, aveva ben chiaro che il malessere, la paura, l’instabilità, avrebbero distrutto alla base una coesione nazionale di un popolo che stava vivendo la metamorfosi sociale legata al boom economico

MAGISTRATI CADUTI NELLA LOTTA ALLA MAFIA ED AL TERRORISMO, UN SACRIFICIO IMMANE…

I libri di storia dicono che l’Italia non è più in guerra dal 1945, ma omettono un conflitto interno che ha per anni ha insanguinato il nostro Paese. Mafia e terrorismo hanno rappresentato una vera e propria guerra che ha ferito mortalmente ogni ceto sociale, colpendo chirurgicamente i servitori dello Stato e massivamente i comuni cittadini. Le stragi che si sono ripetute a partire dagli anni ’70 (più precisamente da quella di Piazza Fontana il 12 dicembre 1969) hanno colpito senza alcuna pietà con l’obiettivo di destabilizzare le basi della democrazia, tanto faticosamente acquisita al termine del secondo conflitto mondiale.

Il terrorismo, nero o rosso che si voglia, aveva ben chiaro che il malessere, la paura, l’instabilità, avrebbero distrutto alla base una coesione nazionale di un popolo che stava vivendo la metamorfosi sociale legata al boom economico. In questo contesto anche la mafia ha potuto riorganizzarsi e, con evidenti e mai ben scoperte collusioni con “rami deviati” dello Stato, imposto la propria voce violenta e senza pietà umana. Chi ha vissuto quei giorni ricorda benissimo l’atmosfera di angoscia con cui si conviveva, insicura nel viaggiare come nel camminare per strada.

Un senso opprimente di ingiustizia, di incertezza per il futuro, di rabbia mista a rassegnazione. A contrastare questa ondata di odio e di sopraffazione un manipolo di uomini di legge, magistrati e forze dell’ordine, che hanno anteposto il senso del dovere alla propria vita. Scorrono le immagini, le sequenze impressionanti, di selciati insanguinati, di parabrezza di auto crivellati, di corpi accasciati su volanti di auto troppo indifendibili per essere un veicolo di protezione e di fuga. Ma questi uomini non volevano fuggire, non volevano sottrarsi ad un compito tanto gravoso quanto sublime: la ricerca della giustizia a tutti i costi.

Lo Stato italiano, attraverso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, ha voluto ricordare 28 magistrati che hanno sacrificato la loro vita attraverso un francobollo della serie “Il senso civico”. Si tratta di un foglietto che illustra l’opera di Antonio Romano “Rose spezzate” (creata in occasione dei 110 anni dell’ANM), metafora del simbolo dell’amore per eccellenza spezzato da un lenzuolo bianco (come quelli esposti a Palermo dopo la morte dei giudici Falcone e Borsellino, segno di protesta e di riscatto) a formare poi la bandiera tricolore, in una splendida essenzialità e profondità del messaggio.

I nomi dei ventotto servitori dello Stato circondano il simbolo, omaggio alle loro vite, più semplici ed umane di quanto possiamo pensare. Chi ha voluto reciderle, come l’immagine delle rose, pensava all’oblio e di riuscire quindi a cancellarne la memoria. Così non è stato e più di ogni ulteriore parola piace ricordare quanto ha voluto esprimere il giudice Stefano Amore, autore del testo del bollettino ufficiale di emissione del francobollo.  

“Un uomo fa il suo dovere, a dispetto delle conseguenze personali, nonostante gli ostacoli, i pericoli e le pressioni, e questo è il fondamento della moralità umana”. Queste parole sono tratte da “Profiles in Courage” il libro scritto da JF Kennedy con cui il futuro Presidente Usa vinse nel 1957 il Premio Pulitzer. Considerazioni che si attagliano perfettamente anche nelle vicende dei magistrati italiani assassinati, uomini e donne capaci di sopportare la solitudine e la sistematica denigrazione, di andare contro il proprio interesse personale, pur di servire un ideale di giustizia.

Il francobollo attuale, al di là dell’impatto emotivo, sarà il “veicolo” per non dimenticare questi uomini quanto hanno rappresentato con il loro martirio, perché nulla più dell’oblio e dell’indifferenza può vanificarne il loro sacrificio. Oggi, con la guerra fuori casa (ma spesso anche nella vita di tutti i giorni in ogni settore) far vincere i valori umani appare l’unico antidoto per non lasciarsi andare, per non abbandonare ogni speranza, quella che i 28 magistrati non fecero mai, neppure davanti al rischio di morire. (pre gentile concessione del Nuovo Giornale Nazionale).

Beppe De Carli

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