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ATTUALITÀ POLITICA | 17 maggio 2022, 13:16

Più che pensare al francese in sanità serve una politica della cura

Togliere lo sbarramento di francese per accedere ai concorsi e aumentare lo stipendio sono soluzioni estemporanee in grado di lenire la sofferenza esistenziale di numerosi infermieri, ma poco o nulla hanno a che fare con una politica della cura

Giovan Battista De Gattis

Giovan Battista De Gattis

L’essere umano non sopporta troppo la realtà e tende a dare valore alle persone e/o alle cose solo quando queste smettono di esserci. L’infermiere c’è sempre stato, ma molti cittadini hanno iniziato a “vederlo” solo quando la pandemia ha messo l’uomo con le spalle al muro. 

La paura di rimanere soli, di ammalarsi o addirittura di morire ha reso evidente l’intima fragilità che caratterizza ognuno di noi. Nei momenti difficili cerchiamo un appiglio a cui aggrapparci con tutte le nostre forze: uno sguardo, un sorriso, una carezza oppure una semplice parola in grado di attestare la nostra esistenza su questa terra. Quando tutto sembra volgere al peggio, nei momenti in cui ci sentiamo fragili e vulnerabili cerchiamo la cura degli altri, ovvero quell’abbraccio che dimostra di prendere a cuore la vita.

 Chi detiene il sapere della cura ha ricevuto/conquistato un dono che lo rende (o lo dovrebbe rendere) speciale agli occhi degli altri anche in virtù del peso esistenziale che oggi sembra essere diventato insostenibile. Siamo concordi sul fatto che la sapienza dell’uomo sia in grado di trovare il buono anche nelle situazioni più difficili e dolorose, ma la collettività ora deve dimostrare nei fatti di avere capito la lezione impartita dalla pandemia.

Oggi serve una politica della cura che non può essere definita a tavolino solo dagli eletti e/o dalle organizzazioni sindacali: togliere lo sbarramento di francese per accedere ai concorsi e aumentare lo stipendio sono soluzioni estemporanee in grado di lenire la sofferenza esistenziale di numerosi infermieri, ma poco o nulla hanno a che fare con una politica della cura. A nostro avviso, la pratica di cura deve essere rivolta all’interno e all’esterno dell’Azienda USL: siamo tutti coinvolti, ognuno rispetto alle proprie competenze, nel concretizzare azioni in grado di nutrire la vita e lenire le ferite di tutta una comunità. L’infermiere, di norma, non argomenta il suo lavoro secondo una logica causa-effetto oppure calcolando l’energia impiegata per ottenere un determinato risultato (quando c’è da fare fa) perché è consapevole che la cura si sottrae ad una logica algebrica…adatta al sistema burocratico-amministrativo, molto meno al contesto socio-sanitario; ciò rende onore alla professione, ma al contempo ne tratteggia la debolezza sul piano delle rivendicazioni sindacali.

L’infermiere troppo spesso sacrifica la cura di sé stesso per tutelare l’assistito che, dal canto suo, dovrebbe cercare di sensibilizzare i movimenti/partiti di riferimento affinché una politica della cura da causale diventi possibile. Istituzioni, cittadini ed enti intermedi possono e devono collaborare per trovare soluzioni che al momento non sono conosciute dal singolo; coinvolgiamo i giovani, mettiamo sul tavolo le idee, dibattiamo soprattutto con le minoranze e/o i dissidenti: creiamo le condizioni affinché i professionisti della cura possano tornare a vivere una vita degna di essere vissuta.

Dimostriamo pragmaticamente (vedi ad esempio la proposta di regionalizzare il contratto sanità) che la Valle d’Aosta, grazie anche alla sua autonomia, è in grado di reagire a questa crisi esistenziale prima e meglio delle altre regioni italiane.

Dott. Giovan Battista De GattisSegretario Territoriale NurSind Aosta

ascova

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