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ATTUALITÀ | 26 aprile 2022, 09:08

COME HO VISSUTO IL CONTAGIO DA COVID

a cura di Lodovico Marchisio

Lodovico con i suoi Angeli Custodi

Lodovico con i suoi Angeli Custodi

Difficilmente scorderò le due di notte di domenica 3 aprile, perché mi sono sentito veramente male, cominciando a tremare tutto tanto da rivolgermi alla guardia medica locale essendo fuori dall’orario di visite del medico curante, che per il mio fare concitato mi danno indicazioni sommarie al telefono e non vengono a vedermi perché tutto dava a pensare a una crisi d’ansia in piena regola, avvallata dal fatto che non mi ero ancora vaccinato, senza essere di nessun movimento contrario al vaccino, ma solo per paura a causa della mia ipocondria.

Ipocondria in parte giustificata da diverse patologie (parkinsonismo, cedimento di alcune vertebre della colonna vertebrale, fibrillazione atriale parossistica, più un’allergia non ben identificata in fase di approfondimento), tutte concause che per mia unica reticenza mi hanno tenuto lontano da cure preventive, lottando come sono sempre stato abituato e cioè con la “montagna terapia” che a dosi più contenute del passato, funzionava per combattere le mie patologie, ma mi rendeva (almeno lo speravo) incautamente convinto di poter sfuggire, per i luoghi isolati che frequentavo, anche al contagio da COVID.

Ma non è stato così … Grazie al cielo la “Guardia medica” mi consiglia, se persistono i sintomi, vivendo da solo, di rivolgermi al 112 che è il numero telefonico di emergenza unico (NUE), per contattare tali servizi all'interno dell'Unione Europea, mentre io ero più conosciuto al 118 per alcuni interventi del “Soccorso Alpino” che erano sopraggiunti in mio soccorso salvandomi la vita più di una volta.

Quindi con un bruciore al petto incredibile, nausea e in piena crisi di panico, chiamo il 112 che manda un’ambulanza. Sulle prime sono scettico a farmi ricoverare per la mia insana paura di contrarre il Covid, ma poi penso: “E se l’avessi preso anche io, più aspetto e peggio è, oggi è domenica e dove trovo una farmacia aperta per fare il tampone”.

Grazie al cielo i volontari dell’ambulanza, seri e preparati, che non ringrazierò mai abbastanza, mi tolgono da ogni indugio e mi portano all’ospedale di Rivoli ove mi fanno tutti gli esami necessari compresi, ECG ed ecografia, esami del sangue e tampone da cui si evince che sono positivo al COVID.

Subito penso al vaccino mai fatto e al rischio mortale che corro alla mia età, con tutte le patologie che ho, ma poi dopo aver sentito piangere al telefono i miei figli Walter e Stella che vive in Canada e che non si rassegnerebbero tanto facilmente alla mia perdita, inizio a lottare come quando in montagna dovevo reagire per salvarmi la vita. 

Alle 11 di lunedì 4 aprile, visto che non appaiono per ora sintomi gravi, mi trasferiscono al CAVS che è una struttura staccata dell’ospedale di Giaveno a lunga degenza per i malati di COVID, con  un medico gentile e molto meticoloso e personale infermieristico adorabile, attento, sempre presente, che cura molto l’igiene personale dei ricoverati, con ogni tipo d’attenzione.

Anche il cibo è curato e abbondante. Tutto questo mi fa trascorrere la degenza in maniera molto più serena, tanto più, che abituato nella vita a organizzarmi da solo, qui con l’aiuto in più delle validissime collaboratrici della struttura, che non finirò mai di ringraziare, senza abusare o invadere spazi non consentiti, riesco a farmi portare in prestito una TV dal mio tecnico di fiducia, collegarmi a mia figlia in Canada, facendole vedere in videochiamata la mia stanza e poi affrontare la prima notte in questa struttura e anche questa nuova avventura un po’ diversa da quella di scalare una montagna.

Per non dilungarmi o ripetermi, eviterò di raccontare nei dettagli il serio monitoraggio giornaliero a cui si è sottoposti o le interminabili ore trascorse in una seppur accogliente camera con bagno dalla quale non si poteva uscire per ovvie ragioni di sicurezza, con un compagno di stanza che purtroppo non parlava per serie patologie di altro genere che si sommavano al COVID, col quale ho incrociato più volte il suo sguardo supplichevole sicuro di raggiungere in qualche modo la sua mente e il suo cuore.

Non mi è mai mancato neppure l’appoggio di mio figlio (rimasto in Italia) e delle persone più care, che pur con le dovute cautele e giuste limitazioni di visite necessarie per accedere a un reparto “Covid”, si sono prodigati in ogni modo per non farmi mai sentire solo…

Quello che più mi è mancato in venti giorni di degenza, quanto è durato il ricovero, prima di risultare negativo e poter uscire anche da questa brutta avventura ,sono stati gli spazi aperti perché combattere il COVID è tutt’altro che una passeggiata per i postumi che lascia, ma le montagne che potevo ammirare con nostalgia dalla grande vetrata della camera e la visita giornaliera di più passerotti a cui davo alcune briciole di pane, anche questi semplici gesti, mi hanno aiutato a combattere il COVID e a non arrendermi.

Ora sono a casa e per prima cosa ho fatto visita al prato condominiale, al giardino deve vi sono anche i miei vasi (curati in mia assenza da un adorabile vicino), e già mi sono avventurato, per il mio spirito inquieto e particolare, prima di rifugiarmi nella mia accogliente alcova, ad ascoltare il profumo della primavera e la carezza del vento, pur conscio che il mio corpo dovrà ricuperare le forze perdute a cui si sommano le precedenti patologie con le quali avevo imparato a convivere, ma ogni battaglia ha il suo prezzo e dato che è la qualità e non la quantità della vita quella che conta, cercherò con i miei 75 anni compiuti di poter tornare quanto prima su quei sentieri, se Dio vorrà, ove ho trascorso gran parte della mia esistenza!

ascova

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