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CULTURA | 04 aprile 2022, 09:00

NELL’ORGIA DI ORE FATALI SOLO IL SILENZIO DELLE BOMBE ACCENDE LA SPERANZA

Dice bene Lev Tolstoj: “Togli il sangue dalle vene e versaci dell’acqua al suo posto: allora sì che non ci saranno più guerre”. (Guerra e pace). Purtroppo, il tempo non fa che aggravare la situazione. Tutto spinge la pace altrove, specialmente se si continua a soffiare sulle perduranti ostilità. Non si vuole capire che la pace non è né una preghiera né un lusso, bensì una necessità. Di questo passo, perdiamo tutti... vince la propaganda.

NELL’ORGIA DI ORE FATALI SOLO IL SILENZIO DELLE BOMBE ACCENDE LA SPERANZA

La rastremata lentezza con la quale procedono i negoziati segna in negativo i passi della diplomazia incapace di afferrare uno straccio di pace. L’Italia non è da meno ed è un termometro della debolezza Europea, di un Continente incapace di dialogare con le parti in causa.

Certo, parole se ne sono sentite tante con segnali più o meno convincenti, ma nulla di risolutivo è accaduto a parte la tragedia nelle Città e sui campi di battaglia. Mentre l’Umanità assiste attonita allo strazio di due popoli fratelli presi nella morsa del conflitto, parlano solo le armi, gettonate come non mai da chi le compra e da chi le produce.

Millenni di storia, di filosofia, di parole studiate per cambiare in meglio questo mondo marcio e popoli indifesi sono come inghiottiti nell’orgia di ore fatali, dove solo il silenzio delle bombe accende l’animo alla speranza. E, poi, ci sono i telegiornali con una abbondanza di terribili immagini che parlano di morte e distruzione.

E’ un film pesante, troppo lungo per essere sopportato, ma è un racconto vero che blocca il cuore mentre donne e bambini fuggono verso la vita. Sono ancora appannati i finestrini dei treni che corrono oltre frontiera e le mani di chi resta sono appoggiate ai vetri per un ultimo saluto che mette insieme amore e dolore, mentre si compie l’addio.

La costruzione europea da troppi lustri è seduta sugli scalini della finanza, tutta presa a dettare regole sulla lunghezza delle vongole italiane, mentre la nostra IVA alberghiera non è allineata a quella dei Paesi UE.

Manca una politica estera, non c’è una difesa europea, non c’è un destino europeo, non c’è una matrice cristiana che porti l’uomo verso il battesimo della solidarietà, non c’è insomma l’Europa. Lo strappo dell’Inghilterra è la prova di una grigliata di egoismi nazionali che non promettono nulla di buono.

 L’Italia che al Consiglio di Vienna con il Principe Klemens von Metternich era considerata “il giardino d’Europa”, è divenuta il cortile di un Occidente delle grandi potenze e di un capitalismo sfrenato privo di medaglie, ma non di propositi vantaggiosi.

Il mio vecchio Professore di Liceo Oscar Luigi Navarro soleva dire che vi è una sola Roma, quella di Remo e di Romolo. Oggi, ci parlano di tre Rome: quella di Costantinopoli, quella del Lazio e quella di Mosca: chissà se una Città simbolo può esistere in tre luoghi così diversi e distanti.

 C’è qualche cosa che non torna: forse, sono i giochi di potere che soffiano sulle armi e che si servono del linguaggio per asfaltare sia la Storia che la Verità: nessuna guerra nasce per caso e le ragioni non stanno mai da una sola parte, anche se la scelta delle armi è la peggiore delle soluzioni.

Noi, intanto, sappiamo solo che ora è: è ora di licenziare la guerra.

 

Dice bene Lev Tolstoj: “Togli il sangue dalle vene e versaci dell’acqua al suo posto: allora sì che non ci saranno più guerre”.

gianfrancofisanotti@gmail.com

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