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Block Notes | 20 febbraio 2022, 12:58

UN VULCANO IN CITTÀ

Block Notes è una rubrica settimanale promossa dall’associazione Comunque Valdostani con l’obiettivo di avvicinare i Cittadini al Palazzo e aprire il Palazzo ai Cittadini. L’Associazione Comunque Valdostani ringrazia il Sindaco di Aosta, Gianni Nuti, che con entusiasmo ha aderito alla proposta

UN VULCANO IN CITTÀ

Nel sud della città di Aosta, coperto di lamiere e cemento, dimora un vulcano, invisibile ai più.

Qualche giorno fa, con tutta la Giunta comunale e il Presidente del Consiglio, abbiamo avuto il privilegio di entrare nel camino e nella camera magmatica di questa terra di fuoco, ovvero la sede della Cogne Acciai Speciali: un’azienda leader nella produzione di particolari manufatti in acciaio inox. Questa costola operosa della città ha antenati antichi, che raccoglievano materie prime da valli limitrofe ed energia elettrica dalla potenza delle acque forzate per trasformarle in oggetti utili. In particolare, la magnetite offriva a tutta la penisola ferro di qualità per pentole e cannoni. Dunque, l’uomo demiurgo sventrava crinali interi di rocce per piegarne le viscere al suo volere e rendere la vita meno irta o più crudele. La città si piegò a sua volta di fronte a tanta potenza: allargò i suoi confini per ospitare migliaia di uomini con le rispettive famiglie, pronti a sradicarsi dalle pianure per lasciarsi avvolgere dalle pareti di un’enorme fornace montuosa.

Viviamo in una terra che non conosce gli umori delle nebbie, né l’afrore appiccicoso delle estati tropicali ma solo la chiarità secca del sole abbacinante e un azzurro sclinto: qui, l’acqua abbondante dei torrenti si trasforma in fuoco, consumando natura, producendo ricchezza. Certo, nella natura c’è l’uomo che in passato, tra questi capannoni, ha bruciato forze bestiali, respirato particelle nocive, piegato il suo scheletro insieme alle lastre infuocate per vivere e far vivere, quel poco tempo, al meglio...

Ora è diverso.

Come bimbi, montiamo su un trenino elettrico e iniziamo il viaggio in questa enorme pancia rossastra. Potrebbe essere un parco disneyano o una casa di streghe: vedremo. Scorgiamo, in un ambiente ordinatissimo, cumuli di rottami d’acciaio provenienti da ogni parte del globo, radunati in vasche immense, selezionati da un gruppo di attenti osservatori: Questi ci hanno accolti davanti a una vera montagna di carcasse di elettrodomestici, di componenti di mezzi di trasporto, scatolame in cui hanno galleggiato sardine e tonni, pelati e carciofi ora mondati e lucidati a specchio: un plotone di operai specializzati capaci, come lo scanner più sofisticato, d’identificare le differenti qualità d’acciaio contenute in ogni ammasso e di equilibrarne i pesi. Solo così ogni colata potrà avere la sua composizione chimica ideale, come il bouquet di un profumo, come uno sciame di donne e uomini differenti che imparano a vivere armoniosamente insieme in una stessa terra, senza prevaricazioni o inutili lotte.

Chi sa quante storie avrebbero da raccontare questi oggetti, da quante mani si saranno lasciati impressionare, spostare, scuotere; con quante parole e quante musiche avranno vibrato… ora si ricongiungeranno in un unico destino, in una sola, nuova vita.

I ferrivecchi selezionati, mentre cicalecciano tra di loro sulle rispettive passate esistenze, vengono avvolti da borse della spesa grandi come un negozio intero e poi attaccati a binari per essere portati verso l’altoforno e il convertitore, dove l’ossigeno puro insuffla, ad un magma indistinto, linfa verginea. Per vedere da vicino il processo di fusione e trasformazione della ghisa in acciaio entriamo in una sorta di cabina di pilotaggio, dove non troviamo Efesto, ma un giovane tecnico appoggiato con le braccia conserte alla consolle di comando, vigile come un falco, quieto come una colomba. Il dio del fuoco e della metallurgia, cresciuto in una grotta sottomarina dopo essere stato abbandonato da Era, la moglie di Zeus perché brutto e deforme, sovrasta invece il grande vaso incandescente e, come un martello gigante, spinge il ferrame nella conca affinché ceda alla fusione.

L’ingegno umano ha delegato la forza alle macchine e affinato il pensiero logico, il calcolo, il dosaggio di agenti e alchimie: così si migliora il prodotto, si controllano i fumi, si ricicla il calore, si guadagna in salute.

Non riesco a seguire tutte le fasi di lavorazione con il dovuto interesse: tra cunicoli, scale, percorsi sicuri e passaggi insidiosi il pensiero divaga e intercetta parole lasciate da cento e altri cento operai invecchiati nell’ombra, scruto anfratti curiosi e cartelli e gli squarci di cielo e di neve che, improvvisi, si aprono in fondo alla lunga navata.

Mi divertono invece i binari infiniti dentro i quali scorrono cavi fumanti per tanti chilometri, come vene ed arterie dentro cui si rincorrono globuli e piastre comprimendo lungo un filo sottile sentimenti e dolori, euforie ed orrori.

Però poi son rapito da una barra rovente che si lascia forgiare da piastre che premono, spingono, assottigliano con una lentezza solenne, implacabile: mi ricorda la vita di noi umani quando il mondo, di secondo in secondo, ci modella e fa giusti, stonda angoli e chiari profili, dà misura e armonia alle tante possibili forme che i gesti, gli sguardi, i concetti non avrebbero mai costruito da soli.

Un miracolo, un grande potere…

Mi commuove vedere il rispetto che tanti operai mostrano al nostro passaggio: non per noi, ma per l’opera di cui sono artefici, per lo sforzo corale percepito da tutti come impresa, quella vera: il voler cominciare ed assumere sopra di sé un progetto, di cui è chiaro lo scopo ed è bello il prodotto perché utile, eterno, innovato… soprattutto frutto di sforzo comune.

Efesto continua, paziente, il lavoro di sempre: che Aosta sia fiera di lui e della sua fucina.

 

Gianni Nuti

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