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CULTURA | 27 gennaio 2022, 08:30

L’AUTONOMIA VALDOSTANA E’ UN DIRITTO O UNA CONCESSIONE AI SUDDITI “INTRA MONTES ?”

Appuntamento settimanale del giovedì con Gianfranco Fisanotti sui temi dell'autonomia valdostana, sulla sua evoluzione, sulla sua involuzione, sui personaggi che hanno creato le premesse e su chi non ha saputo valorizzarla

L’AUTONOMIA VALDOSTANA E’ UN DIRITTO O UNA CONCESSIONE AI SUDDITI “INTRA MONTES ?”

Un vecchio proverbio valdostano recita: “Qui l’at pi de fi, fei pi de teila” , (“chi non ha più filo, non fa più tela”, ma anche “il più forte ha sempre ragione” ). Nel caso “Valle d’Aosta – CVA – Stato Centrale” lo Stato ha l’ultima parola e la nostra autonomia paga pegno: il vizio di origine consiste nella debolezza intrinseca del nostro Statuto che di “speciale” ha solo la sottomissione. Dopo il rapporto del Presidente Vierin v’è un solo auspicio da formulare: che lo leggano i politici in carica, perché il quadro normativo non si modifica con qualche auspicio verbale. La Valle d’Aosta ha ben pochi amici a Roma e questo si paga salato.

La narrazione prosegue con la gestione delle risorse idriche, con il debutto di CVA sui mercati finanziari e con riflessioni sul discrimine tra libertà e schiavitù: la strada è veramente in salita e manca il supporto di una visione “federalista”, quella di Émile Chanoux. L’approccio coloniale si scontra con il modello inclusivo federalista e comporta conseguenze sulla stessa identità delle minoranze etniche e linguistiche italiane: una voce dalla Sardegna.

LIBERTA’ E SCHIAVITU’: “ELEUTHERIA E DOULEIA”

LA GESTIONE DELLE RISORSE IDRICHE SEGNERA’ IL NOSTRO FUTURO DALLA VALLE D’AOSTA ALLA SICILIA

Per dare un idea di quanto l’acqua e la rete siano “una priorità per aiutare crescita e territori”, basterebbe leggere l’importante intervista concessa al prestigioso “Corriere della Sera” dal Presidente della Associazione Nazionale dei Consorzi di Bonifica (Anbi) Francesco Vincenzi intervistato dal Giornalista Marco Sabella Venerdì 13 agosto 2021 nella rubrica “Economia”. L’incipit della dichiarazione del Presidente Vincenzi, che parla di realizzare sulla rete investimenti per 4,3 miliardi, è il seguente e voglio riproporlo per l’importanza dell’Anbi che raggruppa 149 Consorzi “che vanno dalla Val d’Aosta alla Sicilia”.  Il Giornalista Marco Sabella, riprendendo un tweet del Presidente Francesco Vincenzi che “vale più di tanti allarmi sulla gestione delle risorse idriche” scrive: “Le Marche bollono, il Piemonte è tropicalizzato, il Friuli Venezia Giulia è sempre meno catino d’Italia” . Nella sua dichiarazione Vincenzi afferma: “Nel piano di Efficientamento della rete idraulica che abbiamo presentato al Ministero dell’agricoltura, delle Infrastrutture e della Transizione ecologica abbiamo inserito 858 progetti multifunzionali in stato di avanzato iter procedurale che comportano un ammontare di spesa di oltre 4,3 miliardi di Euro, da realizzare attraverso i fondi del Pnrr”. Ed ancora: “Questa mole di investimenti avrà una ricaduta occupazionale importante con la creazione di 21 mila nuovi posti di lavoro”. Speriamo che la Valle d’Aosta sia della partita.

LA CVA HA DEBUTTATO SUI MERCATI FINANZIARI

La CVA ha emesso un prestito – ed è la sua prima emissione obbligazionaria – per un importo di 50 milioni di Euro con scadenza a sette anni il 22 novembre del 2028: il tasso di interesse annuale è pari all’1,119%. Tale prestito premiato con il pieno successo del collocamento è finalizzato alla attuazione del Piano strategico 2021-2025 voluto dal Gruppo CVA nell’ottica della transizione energetica che esige strategie coerenti e sostenibili . Questo debutto, tuttavia, pur essendo davvero importante sul piano della provvista finanziaria, non sposta di un millimetro il tema cruciale della demanialità delle acque valdostane dinnanzi ai limiti della legge Madia ed alla imponente sfida imposta dagli obblighi della “concorrenza”.

 LA POSTA IN GIOCO E’ DAVVERO ALTA

La posta in gioco è davvero alta e si inquadra nel modello di “autonomia” concessa alla Valle d’Aosta, già ampiamente sfavorita rispetto al Trentino Alto Adige, forte di una Garanzia internazionale. E’ valso il princìpio “Roma doma”: per la Valle d’Aosta era già fin troppo definire un potere decentrato limitato dalla spavalda priorità degli interessi nazionali sin dai primi articoli dello Statuto speciale afferenti alle funzioni della Regione come  descritte dall’art. 2 , titolo II e richiamate anche all’art. 3 quando trattasi della potestà di emanare norme legislative di integrazione e di attuazione delle leggi della Repubblica per adattarle alle condizioni regionali. Così, siamo inciampati nelle “lenzuolate” di Bersani e meglio ancora nella legge Madia. Le poche “concessioni” varate dalla Repubblica nei confronti di una Regione che “è Stato” sono cancellabili in qualsiasi momento e con ogni scusa. La proprietà delle acque, pagate ben due volte dai Valdostani, segna il discrimine tra quella che i Greci chiamavano “Eleutheria”, cioè libertà e “Douleia” cioè schiavitù e sottomissione. Condizionando la libertà economica della Vallée, le leggi dello Stato possono ingessare la stessa prospettiva di una libertà d’azione, messa continuamente in discussione, come nel caso della secolare proprietà delle nostre acque per non parlare della mancata attuazione della Zona Franca.

 La Commissione Paritetica sta lavorando ad un possibile rimedio, ma la strada è in salita e non sarà facile modificare con una “norma di attuazione” la presa applicativa della legge Madia o addirittura il cambio di competenza legislativa in capo alla Regione Valle d’Aosta. La debolezza intrinseca dell’impianto legislativo concesso alla Valle d’Aosta rileva una organizzazione che può fare affidamento su competenze primarie o di integrazione in ambiti amministrativi, ma appare lontana e distinta da quel federalismo concreto che consente agli Enti locali un grado di “indipendenza” con tutte le certezze che ne conseguono.

L’indipendenza all’interno di una confederazione di Regioni riunite sotto l’egida di uno Stato unitario lascerebbe intatti – grazie alla divisione delle rispettive competenze – sia l’autorità centrale sia l’esercizio di ogni potere federale senza intaccare il riconoscimento di quella identità etnico-sociali che devono poter sopravvivere al soffocante centralismo statale appesantito dalla burocrazia ministeriale. Solo se si applicano logiche federalistiche, è possibile immaginare un ottimale funzionamento del doppio livello di Governo, evitando tra l’altro il pesantissimo contenzioso che da troppi lustri intercorre tra i Governi centrali e le Regioni italiane.

Ogni azione non intrapresa nella direzione di una effettiva autonomia può incidere sulle difficili scelte in corso di approvazione che saranno mutilate del doveroso supporto di una visione “federalista”. Le popolazioni alpine non possono divenire ostaggio di un sistema economico-politico soffocante e talvolta pregiudizievole sul piano produttivo e commerciale o, peggio ancora, lasciate in balìa di Statuti ignorati od inapplicati. Lo Stato Italiano può riformarsi senza grandi stravolgimenti istituzionali: è sufficiente dare applicazione alla Costituzione della Repubblica per intraprendere il buon cammino in Italia ed in Europa.

FEDERALISMO E APPROCCIO COLONIALE; IL MODELLO “ INCLUSIVO” DEL PROGETTO FEDERALISTA E QUELLO “INTEGRATIVO” BASATO SULL’IMPOSIZIONE: UNA VOCE DALLA SARDEGNA

Per offrire un contributo sul tema dell’identità e della dignità delle minoranze etniche e linguistiche italiane, desidero mettere in luce una lettera a firma Giuseppe Melis pubblicata sul prestigioso “Corriere della Sera”, come risposta al Giornalista Aldo Cazzullo, in data 9 novembre 2021. Il titolo della lettera è : “L’obiettivo di restituire identità e dignità al popolo Sardo” . Ed ecco il testo il testo integrale: “Caro Aldo, nel rispondere al lettore preoccupato per la diffusione del virus indipendentista in Sardegna, afferma che “la bellezza di essere italiani ed europei è appunto nella diversità”. Magari l’Italia fosse così! Purtroppo, questo Stato è stato costruito con l’annichilimento e la folklorizzazione  delle stesse e la Sardegna ne è l’esempio più limpido. Questa mia affermazione non è frutto di ideologie ma di analisi che combina approccio metodologico con fatti storici: l’approccio metodologico è quello sistemico, mentre l’analisi storica è quella che mi ricorda che la Sardegna fino al 1720 ha avuto una sua storia diversa da quella del Continente e della Sicilia. Il fatto che l’Italia non rispetti e non valorizzi le diversità risale al processo costituente quando venne affossato il progetto federalista (modello inclusivo) per optare a favore di uno Stato unitario (modello integrativo basato sulla imposizione di una cultura a un’altra).

La Svizzera, al contrario, è un fulgido esempio di unità nella diversità (i cantoni, ciascuno con una propria lingua). Ecco, la scelta dell’Italia di imporre l’italiano ai Sardi e di criminalizzare chi si esprimeva in sardo, a cominciare dalla scuola, dimostra inequivocabilmente l’approccio coloniale di una parte sull’altra. Io penso invece che noi Sardi abbiamo una nostra identità e che su questa vogliamo costruire il nostro presente e il nostro futuro, stando nel mondo, utilizzando la conoscenza, il sapere, le tecnologie e quant’altro serve per ritagliarci uno spazio di esistenza e sopravvivenza di millenni di storia e cultura, confrontandoci con altri come in tanti hanno fatto e fanno, impegnandosi quotidianamente per restituire dignità a questo popolo che vuole partecipare al consesso europeo, mediterraneo e mondiale con uguale dignità”. Firmato: Giuseppe Melis.

Sembra di udire il messaggio nobile di Don Sturzo sull’esigenza di promuovere vere Autonomie regionali, e - con esso - il pensiero di Émile Chanoux così come espresso nella tesi di Laurea  ed in tutti gli scritti successivi, per non parlare di Mons. Joconde Stevenin e di Joseph Bréan o di Emilio Lussu quando sostenne alla Costituente la causa della Valle d’Aosta già ampiamente compromessa in cambio di lenticchie amministrative malgrado gli impegni assunti subito dopo la Liberazione

Gian Franco Fisanotti

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