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Block Notes | 06 novembre 2021, 13:38

MILLE FACCE, UN CUORE SOLO

Blok Notes è una rubrica settimanale promossa dall’associazione Comunque Valdostani con l’obiettivo di avvicinare i Cittadini al Palazzo e aprire il Palazzo ai Cittadini. L’Associazione Comunque Valdostani ringrazia il Sindaco di Aosta, Gianni Nuti, che con entusiasmo ha aderito alla proposta

MILLE FACCE, UN CUORE SOLO

Questa volta vorrei condividere con i lettori i pensieri espressi durante la recente celebrazione – mai così corale - del 4 novembre: memorie e prospettive future si mescolano in un rito collettivo di colori, ritmi, nuove vicinanze di cui, ancora oggi, dobbiamo riconoscere un senso.

La grande Storia, come le povere vite di ciascuno di noi, procede talora lentamente, altre volte al passo, altre ancora a strattoni improvvisi ma sempre chiude i suoi episodi con atti solenni, indimenticabili. Così, 103 anni fa entrò in vigore, a 24 ore dalla firma e dopo tre giorni di trattative l’armistizio di Villa Giusti. La prima clausola militare recitava: Cessazione immediata delle ostilità per terra, per mare e nel cielo. Già da qualche giorno, su indicazione del Generale Diaz, le truppe con “le ali ai piedi” erano rientrate nei vecchi confini nazionali in attesa della pace, finalmente conquistata.

La Prima Guerra Mondiale causò oltre 37 milioni tra morti, feriti e mutilati, sconvolse le esistenze di generazioni e popoli ma restituì terre a chi le aveva perdute e confinò alcune potenze accecate da un tracotante desiderio di conquistare il mondo. I confini certo, sono un segno sulla carta, ma rappresentano un’indispensabile mappa di riflessioni, stili e modi di vita nei quali ci riconosciamo più facilmente, un insieme di fisionomie che sentiamo amiche. La prima Guerra non fu, per gli Italiani, una guerra d’odio, come gran parte di quelle successive che si sono accese in varie località del Globo, ma una lotta combattuta nel nome dell’amore per la propria terra, della volontà di raggruppare “diversità simili” – per usare un ossimoro – che fanno ancora oggi dell’Italia una terra dalle mille facce, ma con un cuore solo.

Così tutti, da quel 4 novembre, respirarono la leggerezza grave del superstite: erano dei sopravvissuti, felici di essere vivi, ma segnati da una esperienza di dolore e privazioni scolpita nella pelle, marchiata a fuoco. Questa ambivalenza fu l’embrione delle ulteriori catastrofi consumatesi nella vecchia Europa lungo i decenni successivi: l’umiliazione dei grandi imperi coloniali, la crisi economica mondiale che culminerà nel crollo di Wall Street, la generazione delle derive nazionalistiche e del nazi-fascismo, alimentate dal mito della “vittoria mutilata” in Italia o dal sentimento d’isolamento e dalla disfatta istituzionale e finanziaria in Germania. A noi suona soprattutto come la somma di un infinito numero d’infelicità individuali…

Sembra così che quel sacrifico di tanti giovani soldati non sia servito a far capire all’uomo quanto è stolto annientarsi a vicenda nel nome di un potere vano, di un dominio provvisorio... Non troviamo invero abbastanza ragioni per giustificare una guerra, se non il fatto che la Storia ha bisogno di soprassalti tragici, cruenti, insensati per farci capire il valore della solidarietà umana, dell’aiuto reciproco, della dignità.

A proposito di dignità, un particolare significato riveste il Milite Ignoto, nel centenario della traslazione all’Altare della patria e a cui la città di Aosta, come gli altri comuni della regione, ha conferito la cittadinanza onoraria. Ai soldati cui la guerra ha negato tutto, persino il nome – ovvero come abbiamo già detto in un nostro precedente intervento, il segno supremo della propria identità, la testimonianza della esistenza di ciascun essere umano – va reso un onore speciale, perché il nome perduto di ciascun individuo si è fusa in un’impresa epocale, che ha aperto delle speranze ancor oggi vive e feconde.

Per questo nacque nel 1919 la Società delle Nazioni opera promotrice di progresso e gestione diplomatica dei conflitti tra popoli in una prospettiva transnazionale; per analogo motivo dalle ceneri della Seconda guerra mondiale si gettarono i semi di quel sogno meraviglioso rappresentato dagli Stati Uniti d’Europa e da una generica spinta all’unità e al superamento degli egoismi nazionali.

Ma dobbiamo restare vigili, perché fenomeni antichi come quello migratorio, i cambiamenti climatici, la recente pandemia potrebbero creare nuove divisioni e accentuare disuguaglianze già esistenti, alimentando conflitti invece di diventare occasioni per promuovere azioni coese verso un progresso di giustizia e di benessere diffuso.

Crediamo per tutto questo che le Forze armate non meritino solo un tributo solenne di gratitudine per il sacrificio che hanno compiuto in passato a difesa di un’identità di popolo, ma anche per il loro ruolo attuale e futuro, rigenerato, di garanti e custodi della democrazia nella Repubblica italiana e nel continente europeo pacificato, per essere portatori di speranza e di ricostruzione nei Paesi esteri dilaniati da guerre civili o oppressi da dittature e per la loro capacità di trasformarsi, al bisogno, in soccorritori avveduti e competenti della nostra gente, violata troppo di frequente da eventi calamitosi che devastano aree ampie del nostro territorio così bello e così tormentato.

Le democrazie hanno bisogno di tante persone attive e cooperanti, con in mano una perpetua, vivida, trepidante “lampada accesa”.

Gianni Nuti

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