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Block Notes | 17 ottobre 2021, 12:00

UNO, DUE, TRE, BUCO NERO

Block Notes è una rubrica settimanale promossa dall’associazione Comunque Valdostani con l’obiettivo di avvicinare i Cittadini al Palazzo e aprire il Palazzo ai Cittadini. L’Associazione Comunque Valdostani ringrazia il Sindaco di Aosta, Gianni Nuti, che con entusiasmo ha aderito alla proposta

UNO, DUE, TRE, BUCO NERO

Da bambino, in cortile, giocavo all’Orologio di Milano fa Tic Tac.

Uno di noi, a turno si girava verso un muro e, invece di fare la conta per il nascondino, recitava appunto questa breve, implacabile frase. Gli altri, partendo dalla stessa stazione, si potevano muovere verso la méta solo prima che il recitante si girasse verso di noi. Da quel momento, dovevano restare immobili: chi veniva scovato in moto o solo traballante era condannato all’eliminazione.

Si trattava di un esercizio sul dominio collettivo del Tempo: un solo leader recitando lentamente, accelerando d’improvviso, facendo una pausa a metà frase sfidava il gruppo dei corridori che dovevano intuire le mosse del capo, prevenirle, adattarsi estemporaneamente o soccombere facendosi cogliere di sorpresa e punire come trasgressore.

Tutti noi nelle nostre vite di relazione con colleghi, amici o con amanti viviamo alternati ruoli principali o secondari in cui dettiamo il tempo e chiediamo all’altro di indovinare, anticipare, sincronizzarsi o viceversa. Chi arriva tardi, è eliminato dalla sfera delle amicizie elettive, degli affetti, più semplicemente delle persone da considerare. Pensiamo ad esempio a quante volte si è chiesto al partner di intuire un nostro pensiero mascherandolo dietro a comportamenti opposti o ambigui e condannando il ritardo con il quale è stato compreso; immaginiamo siano in molti ad avere conseguito un risultato lavorativo riuscendo a bruciare sul tempo il proprio capo che si immaginava una consegna tardiva o al fotofinish.

Il gioco allena alla vita in un terreno protetto, reversibile, leggero fino all’incantamento.

Ho scoperto che molte bambine e bambini non ancora adolescenti guardano una serie televisiva che si chiama Squid Game, il Gioco del Calamaro che parla di 456 dipendenti patologici da gioco coinvolti in un gigantesco orologio di Milano fa tic tac (il tempo è scandito da Uno, Due, Tre, Stella) nel quale l’eliminazione equivale alla loro soppressione fisica.

Ne ha parlato anche Gramellini sul Corriere sottolineando come un certo capitalismo esasperato e senza uno stato sociale solido porti alla distruzione di ogni forma d’umanità.

Ciò che ha mobilitato la mia coscienza quando ho visto la prima puntata non è tanto questa deformazione di Stato, ma la crudezza con la quale un gioco propedeutico al vivere una vita in cui si calibrano i tempi del rapporto tra corpi in movimento si trasforma in una macchina iper-reale di crudeltà gratuita, tempestata di pallottole che perforano toraci e ventri, spolpano crani, fomentano atti di prevaricazione e spietatezza tra compagni di sventura.

Il corto circuito tra un gioco infantile e la narrazione di un immaginario perverso ha disturbato profondamente la mia memoria remota, non oso pensare a ciò che può depositare nelle menti acerbe ancorché spugnose dei bambini: ma dov’è finita la leggiadria di una gara incruenta tra persone distanti che avanzando danzavano, fermandosi su pose plastiche come statue di eroi, icone di attori, cavalieri e cortigiane? Dov'è l’ironia che usavamo immobilizzandoci con smorfie di scherno al conduttore, come un carnevale di maschere viventi? Dov’è la salvezza assicurata dalla possibilità in un gioco di tornare indietro, di cominciare da capo, di sparire e riapparire?

In queste immagini si consumano solo destini di morte, di perdizione perenne: non c’è alcuno spazio per giocare.

Togliere la giovinezza dal suo incanto per farla affondare nella carne produce pericolose ubriacature di realtà, camuffa mostri in subdoli compagni di gioco.

Non voglio che nei cortili, nelle piazze, nei giardini delle nostre città si consumino roghi, si eseguano esecuzioni sommarie, perché dopo uno, due, tre non brilla una stella ma si allarga un abissale, ingordo buco nero.

Per questo genitori, care giver, adulti vi scongiuro: impedite ai vostri bambini di vedere questa serie.

Gianni Nuti

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