CULTURA - 07 ottobre 2021, 10:30

L’AUTONOMIA VALDOSTANA E’ UN DIRITTO O UNA CONCESSIONE AI SUDDITI “INTRA MONTES ?”

Appuntamento settimanale del giovedì con Gianfranco Fisanotti sui temi dell'autonomia valdostana, sulla sua evoluzione, sulla sua involuzione, sui personaggi che hanno creato le premesse e su chi non ha saputo valorizzarla

L’AUTONOMIA VALDOSTANA E’ UN DIRITTO O UNA CONCESSIONE AI SUDDITI “INTRA MONTES ?”

Doveroso appare il riferimento a Jacques Maritain, considerato da Paolo VI° ispiratore di una dottrina cattolica aperta alla "Democrazia".  Chanoux e Moro assumono la dottrina della Chiesa come concreta risposta sociale al nazionalismo molto bene articolata nelle encicliche di Leone XIII°, di Pio X° e di Pio XI° mentre  le  gerarchie cattoliche  romane appaiono ancora "ostaggio" del Concordato . In seguito, vedremo stagliarsi in chiaro le forze in campo che vedono contrapporsi da un lato Chanoux, Stevenin, Bréan, Caveri, Binel e tanti patrioti che guardano al modello svizzero per il futuro della Vallée e, sul lato opposto, la gerarchia della Chiesa Valdostana arroccata nell’anticomunismo e chiusa nel Concordato del ’29, mentre Federico Chabod stronca ogni velleità "francofona" prospettando spazi di autonomia amministrativa controllati da Roma, allineandosi alle posizioni del CLN Alta Italia. Questa contrapposizione tra i protagonisti delle rivendicazioni e le posizioni di Chabod-Chatrian, per non parlare del Vescovo Imberti, segnano il declino di ogni progetto autonomista e federalista.

Sul tema della Garanzia internazionale volta a tutelare i diritti secolari della Valle d’Aosta ereditati dal Ducato e da oltre sette secoli di Storia, leggeremo la versione di Renato Caveri, figlio dell’Avv. Severino, basata sulle memorie del Padre: è un documento importante, che chiarisce i punti oscuri della Conferenza di Pace del 1946 a Parigi, mentre stava per nascere su impulso degli Stati Uniti e dell’Inghilterra l’Alleanza Atlantica e – come si disse allora – “I cannoni si giravano verso Est”; quindi, bisognava evitare ogni possibile controversia tra Italia e Francia.

JACQUES MARITAIN (1882-1973)

Maritain, filosofo francese allievo di Henri Bergson, considerato da Paolo VI° ispiratore di una dottrina cattolica aperta alla democrazia e staccata dalle posizioni più tradizionaliste e poi protagonista, come rappresentante degli intellettuali presso il Concilio Vaticano II, era un punto di riferimento molto importante sia per Émile Chanoux  ed i Canonici di S. Orso sia per Aldo Moro e per la  F.U.C.I. ansiosi di aderire ad una percezione della realtà distante dalla filosofia realistica aristotelica e di Tommaso d’Aquino, ma piuttosto ancorata all’idea della filosofia come primato (non esclusivo) della scienza.

Fondamentali le sei lezioni di Jacques Maritain svolte nel 1934 presso l’Università di Santander, pubblicate poi nel 1936 con il titolo di “Humanisme intégral”, dove il filosofo proponeva l’ideale di una nuova cristianità e l’idea forte di un umanesimo in grado di essere alternativo al comunismo marxista, all’eccessivo liberalismo carico di “egoismo sociale” ed al fascismo, ritenendo fondamentale la sovranità del popolo, fermo restando che la legge civile deve sintonizzarsi con la legge morale della coscienza ispirata ai valori cristiani.

Quello di Maritain è chiaramente un pensiero del tutto alternativo ai prototipi della società borghese molto attiva durante la Terza Repubblica Francese ed altresì ai sistemi in vigore sia nell’Unione Sovietica che nelle varie dittature fasciste. Ancora oggi, nelle Università Cattoliche e nei Seminari si studiano gli “Elementi di filosofia” scritti nel 1917 da Maritain per conto di alcuni vescovi francesi.

Del suo complesso pensiero rimane anche l’avvertimento di non esagerare con la divinizzazione della scienza, per dare spazio alla ragione, attribuendo anche la giusta importanza alle lettere ed allo sviluppo della libera intuizione.

CHANOUX E MORO: LA DOTTRINA DELLA CHIESA

COME CONCRETA RISPOSTA SOCIALE AL NAZIONALISMO

Convinto dal Presidente Roosevelt, lo stesso Pio XII° sospese la lotta anticomunista per via dell’alleanza con i Sovietici aggrediti dai nazisti, ma il Vescovo Imberti  “tira dritto”. Nel naufragio dello Stato le coordinate di Aldo Moro si concentrano su obiettivi di “democrazia”, di “impegno politico dei cristiani” e “rivoluzione sociale” senza cercare “rivincite”.

Come presidente centrale della F.U.C.I. , Moro gira l’Italia e per ben tre volte viene ricevuto da Pio XII° nel 1940-1941, ed al Congresso nazionale della F.U.C.I., nel settembre del 1939, Mons. G.B. Montini  (il futuro Paolo VI°) porta la benedizione del Papa. Mentre il Vaticano, come abbiamo visto, sosteneva un clima di pacificazione costruttiva e democratica, ponendo l’azione della Chiesa sui binari del Concordato, malgrado il fascismo fosse divenuto un attento guardiano perfino  delle nomine alle cariche della F.U.C.I., pretendendo di approvarle, la Chiesa Valdostana si concentrava solo sull’anticomunismo, ignorando del tutto sia le istanze autonomiste sia quelle contrapposte alla Monarchia in vista dell’auspicata nascente Repubblica.

Mons. Imberti ha lasciato troppo tardi la Diocesi valdostana appesantita da un eredità di totale appiattimento al Regime e di minimale tolleranza critica verso “i ribelli” Canonici di S. Orso, quelli che hanno salvato la faccia ad una Chiesa distratta di fronte alla esigenza di salvare la nostra “civiltà alpestre intramontana” tramandata dalla Storia e difesa a spada tratta da Émile Chanoux, dall’U.V. e da larga parte dei Cattolici sia prima che dopo la lotta armata contro il nazifascismo. Come Moro, anche Chanoux dovette confrontarsi con il fascismo ben sapendo che il cristianesimo era una risposta più che valida alle esigenze spirituali, morali e vitali del periodo post bellico e di tutta la difficile epoca seguita alla costosa “vittoria”.

Accettando comunque la iscrizione fatta a sua insaputa dal padre Pierre Chanoux d’intesa con il federale di Villeneuve, Egli si metteva nella condizione di poter lavorare sia come segretario comunale che, successivamente, come Notaio, avendo inoltre la possibilità di muoversi ovunque nella “Provincia” con la scusa di stipulare un atto, come avvenne per giustificare la riunione di Chivasso nel dicembre del 1943 a casa Pons.

Quelli che accusano Chanoux di essersi adattato alle logiche del fascio dimenticano il decreto dell’agosto 1931 con il quale il controllo fascista disponeva il giuramento, pena la decadenza dal posto, di fedeltà “al re, ai suoi reali successori, al regime fascista”. Tanto per fare un esempio, 1.200 professori giurarono, solo una dozzina rifiutarono: Togliatti, intelligentemente, invitò gli accademici di sinistra a giurare proprio per avere la possibilità di essere utili sia al partito sia all’opposizione.

Se in Valle d’Aosta v’era un intellettuale degno di tale nome, questi era Chanoux. Come Aldo Moro, Chanoux aveva una profonda coscienza cristiana e si affidava totalmente al suo padre spirituale, che era l’Abbé Joseph Trèves, ma in generale si ispirava alla dottrina della Chiesa, alle encicliche papali, al modernismo come concreta risposta sociale alla miseria circolante, all’assenza del lavoro, alla tragedia della emigrazione, alla prepotente sopraffazione dell’identità storica della popolazione autoctona sommersa dal nazionalismo.

Tutto l’impegno antifascista di Chanoux in piena intesa con Joseph Brean e con Joconde Stevenin consisteva nell’immaginare un futuro autonomistico e federalista – simile in questo intento di superare le logiche accentratrici del regime – “al di sopra” delle diatribe politiche per servire unicamente l’autogoverno ed il civile progresso della comunità valdostana prendendo ad esempio il profilo istituzionale e politico operante nella confinante Svizzera.

LE ENCICLICHE

Le encicliche a cui guardano con fiducia le generazioni cattoliche possono essere riassunte brevemente nella “Rerum Novarum” di Leone XIII° (Vincenzo Luigi Pecci) del 15 maggio 1891, in quella intitolata “Il fermo proposito” di Pio X° (Giuseppe Melchiorre Sarto) sull’apostolato dei laici  italiani anche in contrapposizione al movimento socialista pubblicata l’11.6.1905 e nella “Quadragesimo anno” pubblicata 40 anni dopo la Rerum Novarum da Pio XI° (Achille Ratti) il 15 maggio del 1931 improntata al diritto-dovere della Chiesa di fare avanzare la sua dottrina sociale anche sul rapporto tra lavoro e capitale, rispettando il diritto di sussidiarietà e ritenendo che lo Stato non debba sostituirsi in toto ai cittadini o soffocare la libertà d’impresa.

IL CRISTO “SCURTO” DEL MANTEGNA

E LA CHIESA “OSTAGGIO” DEL CONCORDATO

Per dare un’idea della posizione in cui era dimensionata la Chiesa Romana Cattolica Apostolica basti guardare la tempera su tela intitolata “Compianto sul Cristo morto” realizzata da Andrea Mantegna tra il 1470 -74  dove il corpo del Salvatore sembra come ritagliato e disteso rigidamente sulla pietra semicoperto dal sudario: del pari,  la Chiesa universale per lunghi – troppi -  anni è apparsa come catturata ed imbrigliata nelle pieghe del Concordato, quando era evidente che tra l’insegnamento cristiano e la mistica fascista esisteva un baratro che nessun compromesso poteva superare, se non quello della mera sopravvivenza della stessa Chiesa e del Papato, dinnanzi alla minaccia nazi-fascista, che aveva già strangolato l’Europa. I patti Lateranensi hanno salvato il potere temporale della Chiesa, ma il costo tremendo è stato pagato proprio dai limiti imposti alla libertà religiosa. Sia Chanoux che Moro avvertivano il peso di una contraddizione che era anche una minaccia permanente per la libertà dello spirito e per l’emancipazione della Fede.

LE CAUSE DEL DECLINO DI OGNI PROGETTO AUTONOMISTA E FEDERALISTA

Dal Convegno di Chivasso in poi le forze in campo appaiono chiare: Chanoux, Stevenin, Bréan, Caveri, Binel e tanti altri patrioti schierati su una prospettiva autonomistica basata  sul modello Svizzero e contraria all’innervamento del Regime in tutte le strutture produttive ed associative dello Stato e su ben altro fronte la gerarchia della Chiesa ferma ed immobile sulla lotta al comunismo ed arroccata nelle linee del Concordato, ma anche Federico Chabod preoccupato di evitare ad ogni costo il “rattachement” voluto da 20.000 elettori valdostani con la richiesta del plebiscito.

Queste divisioni influiranno senza dubbio sulle posizioni del C. L. N. valdostano, di quello Piemontese e del C. L. N. Alta Italia aperti sì a concedere spazi di autonomia amministrativa alla nuova Valle d’Aosta, ma fermamente ostili ad ogni modifica dei confini stabiliti sin dal 1840 con la cessione di Nizza e della Savoia alla Francia di Napoleone III. In effetti, come aveva capito molto bene Mons. Stevenin, i Valdostani volevano restare uniti alla Savoia più che alla Francia; ma, essendo la Savoia sottomessa totalmente al nazionalismo francese, era difficile se non impossibile sperare in un “sursaut” autonomistico di Chambéry completamente inglobata nell’apparato statale francese.

Gian Franco Fisanotti/ascova

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