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CULTURA | 09 settembre 2021, 10:30

L’AUTONOMIA VALDOSTANA E’ UN DIRITTO O UNA CONCESSIONE AI SUDDITI “INTRA MONTES ?”

Appuntamento settimanale del giovedì con Gianfranco Fisanotti sui temi dell'autonomia valdostana, sulla sua evoluzione, sulla sua involuzione, sui personaggi che hanno creato le premesse e su chi non ha saputo valorizzarla

L’AUTONOMIA VALDOSTANA E’ UN DIRITTO O UNA CONCESSIONE AI SUDDITI “INTRA MONTES ?”

Ecco nell’aprile del ’46 ed in vista del referendum tra Repubblica e Monarchia del 2 giugno 1946, le indicazioni formulate da De Gasperi a nome della D.C.  in favore della Repubblica (+ 73%), le elezioni per la Costituente disturbate in Valle dalla scritta “plébiscite” apposta in  8.000 schede su ordine dell’U.V. ed il “Memorandum Chabod” del 16 dicembre 1944 che stronca sul nascere ogni velleità plebiscitaria verso il “rattachement” e punta le lancette contro De Gaulle e persino contro la Francia, descrivendo la Vallée come “un cuneo piantato ben innanzi al Piemonte…un potente mezzo di pressione contro l’Italia…..”. Seguiranno: il barbaro assassinio del Parroco di Hône Don Luigi Bordet a causa delle sue prediche contro il comunismo, la nascita del frontismo con l’alleanza del “Leone” nel 1958, l’episodio della posa di una antenna “pirata” per ricevere i programmi francesi da Punta Helbronner a quota 3.400 m. con protagonisti  M. Andrione,  S. Caveri, Amintore Fanfani allora Ministro degli Esteri della Repubblica Italiana.

REPUBBLICA O MONARCHIA

Le indicazioni di De Gasperi (D.C.) in sede congressuale - aprile 1946 - sulla questione Repubblica o Monarchia sono chiare: 73% pro – Repubblica, 19,2%  pro – Monarchia, 7,8% gli astenuti. Come è noto, sia la Curia Romana che il Vaticano sono, al contrario, favorevoli alla Monarchia. Stevenin nel suo volume “Per la Valle d’Aosta” edito nel maggio del 1945 dichiara: “Nous ne sommes point devenus les sujets des Comtes, des Ducs, des Rois de la Maison de Savoie ni par conquête ni par droit d’héritage, mais par volonté libre, par contrats bilatéraux entre nos ancêtres et ces princes. Et ces pactes qui ont commencé en 1191 avec le Comte Thomas I ont été  renouvelés à chaque avènement d’un nouveau Prince et garantis sous la foi du serment entre les parties”.  Ed aggiunge: “Or la Vallée d’Aoste a été constamment fidèle, attachée à la Maison de Savoie jusqu’au  2 juin 1946 où, en majorité, elle s’est détachée de la Monarchie, alorsque celle-ci, depuis près de 2 siècles, s’était détachée de la Vallée d’Aoste. Nous n’oublions pas, en effet, que le Roi Charles Emmanuel III en 1730 s’est le premier refusé de prêter le serment accoutumé: que, pendant son long règne de 43 ans, son souci fut d’abolir partout les franchises particulières; que son fils Amédée III consomma l’oeuvre de destruction et de nivellement”.

ELEZIONI PER LA COSTITUENTE, REFERENDUM DEL 2 GIUGNO 1946

L’UNION E’ DETERMINANTE E FA SCRIVERE SULLE SCHEDE “PLÉBISCITE”

In occasione della elezione per la Costituente, contestuale a quella del referendum sulla scelta tra Monarchia  e Repubblica, l’U.V. presieduta da Caveri suggerisce di scrivere “Plébiscite” sulle schede elettorali. Le schede con la scritta “Plébiscite” saranno annullate, ma la conseguenza è che Paul Alphonse Farinet candidato della D.C. sostenuto dal Clero perde e che Giulio Bordon, candidato della sinistra, vince di poco. Infatti, il Fronte Democratico Progressista Repubblicano composto da P.C.I., P.S.I. e da Partito d’Azione ottiene il 51,8% con 21.553 voti, mentre la D.C. con 20.091 suffragi non supera il 48,2%. Le schede bianche e nulle sono 8.693 e tra esse quelle annullate a causa della parola “Plébiscite” sono l’8,7%, cioè 4.385. Determinante, dunque, l’appello di Severino Caveri che costa caro alla D.C., malgrado fosse evidente la simpatia degli unionisti verso l’area cattolico-democratica. L’esito del referendum segna una netta vittoria della Repubblica con un risultato del 63,5% contro il 36,5% di monarchici. I “particuliers”, i nostri paysans da sempre fedeli a casa Savoia malgrado il comportamento di Carlo Emanuele III e di suo figlio Amedeo III, prendono le distanze dalla Monarchia che nel 1840, con il Trattato di Torino,  li ha trascinati in un destino sabaudo-piemontese dimenticandosi dei secolari legami con la Savoia e Chambéry, la casa madre del Ducato. Qualche curiosità: la Monarchia vince ad Allain, Arvier, Chamois, Champorcher, Courmayeur, Etroubles, Issime, Pré Saint-Didier, Saint Rhémy, Valgrisanche, e Rhêmes Saint Georges. A Cogne, terreno di caccia del Re, la Monarchia non supera il 44,6% dei voti. Su 59.966 elettori aventi diritto, 28.166 si schierano a favore della Repubblica e 16.195 a favore della Monarchia; la somma delle schede bianche (2.365) e delle nulle (3.611) è quasi il 12% con 5.976 schede inutilizzate o annullate.

IL MEMORANDUM CHABOD

Il memoriale firmato da Federico Chabod il 16 settembre del 1944, merita uno studio particolare, perché oltre ad essere storicamente ancorato alla secolare vita dell’antico Ducato - e quindi alla matrice francese e “sabauda” del particolarismo linguistico e sociale della Vallée – entra subito nel merito della “vexata quaestio” sulla ventilata ipotesi dell’annessione alla Francia, richiesta a gran voce da oltre 20.000 elettori valdostani. Nella lucida analisi su “La Valle d’Aosta, l’Italia e la Francia”, l’esordio del Professore è chiaro: “Poiché si sente oggi discutere, qua e là, dei vantaggi che l’annessione alla Francia recherebbe alla Valle d’Aosta, sembra opportuno dedicare all’argomento una breve analisi che consenta di pervenire ad una valutazione chiara e precisa”. Nel breve capitolo su quale sia l’interesse della Francia ad occupare la Valle d’Aosta, Chabod è quanto mai esplicito: “E’ evidente che la Francia non ha alcun motivo sentimentale, alcuna tradizione, alcun irredentismo d’Aosta. Quest’ultima non è mai stata terra francese, nessuna tradizione politica la lega a Parigi: se mai, anzi, la tradizione valdostana registra le accanite lotte contro le truppe francesi, nell’età della rivoluzione, registra i nomi dei capitani Chamonin e Darbelley, registra le difese del Col du Mont, ad opera degli uomini di Valgrisanche, Arvier, Avise, Saint-Nicolas….”.

 

”IL POTENZIALE IDROELETTRICO DEVE ORIENTARSI VERSO L’ITALIA”….

 Chabod nega che vi siano ragioni affettive, afferma che il potenziale idroelettrico (“maggiore ricchezza della Valle”) deve orientarsi verso l’Italia, la pianura padana ed i complessi industriali di Torino e di Milano: “Per effetto di condizioni naturali, non modificabili da volontà umana – Egli afferma – è infatti evidente che lo sbocco naturale di qualsiasi linea ad alta tensione è la pianura che si apre oltre Ivrea”. Secondo il Professore, restano solo motivi d’interesse politico-militare da parte dei Francesi: …”Un cuneo piantato ben innanzi nel Piemonte, che renderebbe precario qualsiasi schieramento militare italiano nella pianura: perciò un potente mezzo di pressione contro l’Italia. Nella Monarchia Francese c’era già una tradizione al riguardo: nel secolo XVI°, Saluzzo, nel secolo XVII°, Pinerolo; il Generale De Gaulle si riallaccerebbe dunque ad un sistema già caro alla diplomazia francese, sempreché ben inteso, egli intenda fare una politica nazionalistica ”.  Secondo il Professore “non si trovano dunque motivi economici sufficienti per spiegare eventuali aspirazioni francesi alla Valle d’Aosta. Non restano quindi che motivi politico-militari”. Chabod vede in De Gaulle, nell’eroe della seconda guerra mondiale che salvò l’onore della Francia dinnanzi alle Nazioni del mondo, non già un Liberatore della Valle d’Aosta, culla di Casa Savoia e parte integrante della Savoia fino al 1840, bensì un invasore, una specie di predatore delle libertà ritrovate attento solo agli interessi politico-militari della Francia: naturalmente, Chabod premette con grande sottigliezza diplomatica: “sempreché beninteso, egli intenda fare una politica nazionalistica”. Siamo in presenza di un dubbio sottile, che però getta ombre sul possibile operato del Generale richiamando i precedenti della “tradizione” ed un “sistema già caro alla diplomazia francese”,  come si legge nel memoriale.

Gian Franco Fisanotti/ascova

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