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CULTURA | 31 agosto 2021, 17:00

SETTEMBRE NEL CALENDARIO 2021 DEI CARABINIERI

Da quasi un secolo il Calendario è una parte di noi, un simbolo dell’Arma al pari della Fiamma e degli Alamari. Scandisce i nostri anni, che scorrono veloci anche quando i giorni sono lunghi. Viviamo un periodo difficile, è noto a tutti

SETTEMBRE NEL CALENDARIO 2021 DEI CARABINIERI

L’aria ferma di settembre mi inquietava, non mi piaceva quella domanda: chi l’ha vista? Quando sparisce qualcuno l’intero Paese si mette a indagare dove mai sia finito: le trasmissioni televisive invitano specialisti, il conduttore si fa approntare un modello per mostrare dove è caduto il presunto morto o dove è nascosto, quale l’arma del delitto, se ve n’è stata una. Si interrogano in trasmissione gli amici. La ragazza scomparsa, Sara, aveva una cugina. 

Mi buttai sul groviglio di ipotesi per capire dove fosse finita la ragazza. Pensavo che spesso in queste vicende ci sono torbide storie familiari. Le carte sul tavolo erano due donne poco più che adolescenti: donne di che? Di denari?  Troppo giovani; di spade? Perché mai? Di coppe o di bastoni? Due cugine che chiacchierano sulle compagne di scuola e sui ragazzi: chi è più carino, chi è più bravo, con chi si vorrebbe uscire se ci fosse l’occasione?  Lo zio di Sara era ormai oggetto di sospetti. Per quali motivi? Perché, penso, aveva lavorato in Germania come necroforo e perciò intimo con i morti. Orribile e improbabile! In tv paesaggi pugliesi accecati dal sole fra gli oliveti.  A conti fatti si scoprì che ero arrivato vicino al bersaglio, quando il primo giorno ero andato a sentire la cugina di Sara, Sabrina. Il corpo di Sara ce l’avevo sotto i piedi, sepolto sotto il pavimento, poi gettato in un pozzo. Lo zio trovò il suo telefonino, lo misi alle strette e ammise di essere stato lui a uccidere la ragazza.  La versione non convinse né me, né i colleghi del RIS. Il movente, incredibilmente, era l’invidia. La bruna era terribilmente invidiosa della bionda cugina: più giovane, più snella, più affascinante, così la percepiva e non a caso.

Il giorno della sentenza, in tribunale, ricordai i versi di Dante dedicati a una somma invidiosa, la senese Sapìa che si rallegrò delle disgrazie della sua città anche se comportavano la propria:

Savia non fui, avvegna che Sapia

fossi chiamata, e fui de li altrui danni

più lieta assai che di ventura mia.

ASCOVA

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