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CULTURA | 05 agosto 2021, 10:30

L’AUTONOMIA VALDOSTANA E’ UN DIRITTO O UNA CONCESSIONE AI SUDDITI “INTRA MONTES ?”

Appuntamento settimanale del giovedì con Gianfranco Fisanotti sui temi dell'autonomia valdostana, sulla sua evoluzione, sulla sua involuzione, sui personaggi che hanno creato le premesse e su chi non ha saputo valorizzarla

L’AUTONOMIA VALDOSTANA E’ UN DIRITTO O UNA CONCESSIONE AI SUDDITI “INTRA MONTES ?”

l Te Deum celebrato da Imberti Vescovo alla presenza di Maria José raccoglie fischi e mormorii di disapprovazione. Meglio la “linea” dell’Arcivescovo di Milano Schuster che condanna le leggi razziali considerate una eresia antiromana ed anticristiana.

I primi fermenti separatisti mettono in evidenza la diversità di vedute tra gli Unionisti e Federico Chabod. Le richieste del Canonico Stevenin e dei cattolici Page e Farinet, membri del Comité Central dell’U.V., saranno il punto di riferimento per la costruzione del nuovo Ordinamento statutario voluto dagli Autonomisti Valdostani che si richiamano al pensiero di Emile Chanoux. Seguiranno: l’analisi sull’ostilità della Curia all’U.V. manifestata durante la breve occupazione francese dal 30 aprile al 24 giugno 1945, il primo vero progetto di autonomia scritto dal Canonico Stevenin ed il richiamo storico al Ducato di Aosta che nel 1536, dopo l’invasione di Francesco I° di Francia nei domini di Casa Savoia, diventa per ben 23 anni uno Stato neutrale capace di dialogare con l’impero germanico, l’Austria e la Francia.

IL TE DEUM DI IMBERTI ALLA PRESENZA DI MARIA JOSE’

CUIUS REGIO EIUS RELIGIO

Il 1945 è un anno importante per il futuro della Vallée: il Vescovo Imberti si dichiara fedele alla Monarchia, non ha dubbi sull’italianità della Valle d’Aosta e celebra nella cattedrale di Aosta un Te Deum alla presenza di Maria José moglie di Umberto di Savoia, tra fischi e mormorii di contrarietà fino a dopo il termine della messa solenne. Con Imberti Vescovo, così fedele alla Monarchia, sembra di essere tornati alla pace di Augusta del 1555, regnante Carlo V°, con la famosa formula “Cuius regio, eius religio” replicata con forza da Luigi XIV° che affermava “Une fois, une loi, un Roi”, sacrificando la stessa libertà religiosa con l’editto di Fontainebleu nel 1685. La religione, cioè, come perno non solo di una fede universale, bensì del potere in carica ritenuto, a torto o a ragione, un bene superiore allineato alla professione della fede. In sintesi,  il fascismo riuscì a governare non solo il popolo, ma anche la sua professione religiosa per il tramite del braccio secolare della Chiesa, giungendo infine a promuovere le leggi razziali.

IL DEFONSO SCHUSTER “PRIMO FACCHINO DELLA DIOCESI”  DI MILANO

Abbiamo visto la “linea” Imberti e quella del Vescovo di Cuneo: la Provincia di Aosta ed il Piemonte schierati per l’altare e la patria, né poteva essere altrimenti stante il Concordato. Invece la Chiesa Ambrosiana con l’Arcivescovo Ildefonso Schuster (“primo facchino della diocesi”), sosteneva: “si condanni il comunismo, ma si amino gli uomini”. Il 13 novembre del 1938, mentre entravano in vigore le leggi razziali, quest’uomo coraggioso denunciava in Duomo il razzismo considerandolo apertamente “un’eresia antiromana ed anticristiana”. La Chiesa valdostana, sul bollettino diocesano del gennaio-febbraio 1944, pubblica la pastorale del vescovo Imberti che verte sul “pericolo del comunismo” ribadendo il concetto “Pro aris et focis”: si tratta di difendere la patria e la religione insieme. Sul settimanale della Diocesi nell’agosto del 1943 appaiono articoli come “Statura morale”, “Stile  montagna” con approfondimenti sui problemi valdostani. Il Canonico Bovard, sul n. 35 dell’8 settembre del 1943 dell’organo della Curia, apre una discussione sulla condizione dei lavoratori e sulla loro tutela, parlando chiaro delle esigenze di libertà: “il Sindacato deve essere libero”, inteso come requisito essenziale.

 IL PLEBISCITO: I PRIMI ESPLICITI FERMENTI SEPARATISTI

Come abbiamo visto, nel maggio 1945 i valdostani chiedono il plebiscito, vogliono votare per l’annessione alla Francia. Bréan, in un articolo pubblicato sul n. 1 del “Le Val d’Aoste libre” con lo pseudonimo Grat Simonet, presenta un dialogo tra se stesso ed un campagnard valdôtain, dove la conclusione è scontata: …. “Pourquoi resterions – nous encore attachés à l’Italie ? Ah! s’il y avait moyen de nous délivrer, une bonne fois du joug qui nous opprime!... ”. Nello stesso bollettino “Le Val d’Aoste libre” n. 1 organo del “Comité Valdôtain de Libération” Bréan scrive: “Après le 25 juillet 1943, nous avions  demandé à Chanoux des instructions pour la situation nouvelle. Il nous répondit: “Action autonomiste ouverte, action séparatiste cachée”. Come si nota, Chanoux non parlava tanto di annessione alla Francia quanto di una azione separatista che guardava alla Svizzera.

Bréan aggiunge: “Bientôt les antifascistes italiens  s’aperçurent que Chanoux travaillait activement  pour une cause qui n’était pas la leur”. E in “N’ésitons plus” il Canonico si spinge a scrivere: “Se gli italiani ci hanno trattato fino ad oggi come dei cani, in avvenire ci tratterranno come degli stracci”……è una esagerazione voluta per marcare la distanza netta dal regime e dalle sue imposizioni nazionaliste. Del resto, in “Souvenirs set révélations” pagg. 194-207, l’Avvocato Severino Caveri, commentando il memoriale di Federico Chabod – sul quale tornerò con spazio adeguato - sostiene che per Chabod l’Autonomia doveva funzionare come mezzo “pour sauver “l’italianità” de la Vallée d’Aoste”.

Sulla tormentata vicenda dell’annessionismo si è scritto di tutto e di più: continuano a circolare versioni in parte attendibili e notizie sui protagonisti valdostani e sulla famosa Glass e Cross che assicurava i collegamenti alla delegazione U.S.A. stanziata a Bergamo. L’Avv. Caveri in “Souvenirs et Révélations” 1927-1948 (op. citata) dà notizia di un incontro segreto svoltosi per incontrare un “Inconnu” avvenuto a Ouchy in Svizzera alla presenza del Canonico Bréan e del Canonico Boujeat per valutare in diverse riunioni le proposte di quel personaggio. Avendo conosciuto e frequentato durante la mia partecipazione fondativa al Rassemblement Valdôtain dal 1967 al 1974 alcuni protagonisti della scelta separatista ed ascoltato le loro versioni, ritengo ancora prematuro definire con precisione tutti i contorni di questa vicenda oscura.

Nel volume “Sous les arbres toujours en fleurs” (secondo volume impaginato e stampato da Renato Caveri nel 2009), il capitolo secondo è intitolato “Où sont les annexionnistes” (1955) e Severino Caveri scrive: “Un des phénomènes les plus curieux qui se sont produit en Vallée d’Aoste après la dernière guerre est celui-ci: ceux qui accusent l’Union Valdôtaine d’être le dernière repaire de l’annexionnisme sont exactement ce qui ont le plus trempé dans le mouvement annexionniste ”. Segue un testo abbastanza breve del quale riporto solo altre due righe: “qui est ce personnage qui se vantait d’être en correspondance avec M. Massigli ? Est-il démochrétien ou unioniste ?”. Come è noto, Massigli era il Ministro del Governo Francese operante ad Algeri che rivendicava l’annessione della Valle d’Aosta alla Francia.

IL RITORNO ALLA RIBALTA DEL CANONICO STEVENIN

QUATTRO INELUDIBILI RICHIESTE TUTTE SCAVALCATE DAL POTERE CENTRALE

Il Canonico Stevenin nel 1945 ha già raggiunto le 80 primavere: Egli è ben consapevole della impossibilità pratica di arrivare veramente ad una soluzione annessionista.  Le “vieux renard” - come ebbe a definirlo Severino Caveri anni dopo, quando avvenne la rottura  in seno all’Union Valdôtaine tra i Dc e gli Unionisti liberi di fare alleanza con la sinistra – pone la “questione valdostana” su un piano internazionale formulando quattro precise richieste.

Esse sono: A) un regime cantonale di tipo svizzero; B) una zona franca totale e permanente; C) l’istituzione di un Ente regionale valdostano per lo sfruttamento autonomo delle acque, delle miniere e del sottosuolo; D) una garanzia internazionale dei diritti del popolo valdostano per ancorare alla certezza il raggiungimento dei tre obiettivi precedenti.

Queste quattro richieste verranno avanzate formalmente nel mese di marzo del 1946 – quindi otto anni prima della rottura tra Dc e Union – e costituiranno il nucleo integrale del programma dell’Union Valdôtaine . Intendiamoci, la posizione di Mons. Stevenin nei riguardi dell’annessionismo non è di netta contrarietà: nel volume “La France et la question valdôtaine au cours et à l’issue de la Seconde Guerre mondiale” (1975 Imprimerie Allier) lo storico francese Marc Lengerau esprime questo giudizio: “Si  Mgr. Stevenin adhéra un certain temps aux thèses annéxionistes ce fut d’avantage par sens politique, nous semble – t-il, que par convinction profonde”. Nel giugno del ’45 circola nella Vallée un modello stampato per sottoscrivere il “rattachement” alla Francia, distribuito dal “Comité populaire valdôtain de Libération”.

Il testo esatto della sottoscrizione era: “Nous soussignés, Valdôtains et  Valdôtaines, âgés de plus de 21 ans,  demandons que la Vallée d’Aoste soit rattachée à la France”.  Lo stesso “Comité”, il 29 marzo del 1946, invia agli Ambasciatori delle potenze mondiali presenti a Berna la richiesta per una “consultation populaire” urgente per permettere ai valdostani di decidere sul loro destino: questo messaggio viene firmato anche dal Canonico Stevenin nella sua veste, allora, di membro del Comité Central dell’Union Valdôtaine.

Insieme al Canonico Stevenin siedono nel Comité Central  dell’ U. V. due cattolici stimati: l’Avv. Ernest Page e Paul Alphonse Farinet. Trattasi di una presenza significativa proprio dinnanzi alla immutata “linea” del Vescovo Imberti contrario a qualsivoglia cambiamento anche di fronte alla evidente caduta del Regime ed alla scarsa popolarità della Monarchia in Valle d’Aosta, come si vedrà con il Referendum del 2 giugno 1946.

Gian Franco Fisanotti/ascova

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