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FEDE E RELIGIONI | 17 giugno 2021, 09:00

Il giornalista come costruttore di ponti

A colloquio con don Luigi Maria Epicoco

Il giornalista come costruttore di ponti

Rendere possibile la “comunione” attraverso la comunicazione e interpretare il mestiere del giornalista come “costruttore di ponti”. Con questi propositi don Luigi Maria Epicoco si prepara all’incarico di Assistente ecclesiastico del Dicastero per la Comunicazione ed editorialista de L’Osservatore Romano, ricevuto oggi dal Papa.

Può raccontare ai media vaticani come ha accolto la nomina?

L’ho accolta con sorpresa e allo stesso tempo con gioia. Spero davvero di poter in qualche maniera dare il mio contributo al lavoro di un Dicastero della Santa Sede che ha il prezioso compito non soltanto di comunicare il Magistero del Papa, ma anche di rendere possibile la comunione attraverso la comunicazione.

Quale ruolo può avere, secondo lei, un assistente ecclesiastico in un dicastero vaticano dedicato alla comunicazione?

Io credo che abbia lo stesso ruolo che, durante una partita di calcio, possono avere i fisioterapisti, i medici a bordo campo, o gli allenatori, cioè coloro che sono lì, non giocano la partita, ma si occupano in qualche maniera della cura di chi gioca, di chi vive la partita in prima persona. Il Dicastero per la Comunicazione è fatto di persone competenti che mettono il cuore e la loro professionalità a servizio, non solo del Dicastero ma della Chiesa tutta. Io credo che questa nomina del Papa voglia essere un aiuto ulteriore ad accompagnare questa competenza e questa efficacia.

Lei è stato anche nominato editorialista del quotidiano della Santa Sede ed è un apprezzato scrittore nell’editoria cattolica. Quali sfide vede per i comunicatori cattolici oggi?

Innanzitutto credo che la sfida sia quella di rintracciare costantemente la verità senza farlo in maniera ideologica, ma andando a cercare in quelle che sono le pieghe della cronaca o anche nei movimenti culturali quel “fil rouge” della verità che a volte rimane sotteso. Un buon giornalista, un buono scrittore deve riuscire a far emergere questo filo della verità e quando ci riesce trova sicuramente un terreno di incontro con ciò che è lontano, con ciò che è diverso. Il comunicatore cattolico lo vedo come un costruttore di dialogo e non un miliziano che usa la propria penna, il proprio mestiere, per fare del male.

Nel suo più recente Messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, Papa Francesco sottolinea che nel giornalismo niente può sostituire il vedere di persona. Anche in questo mestiere è quindi importante la relazione?

Io credo che in questo mestiere sia importate il rapporto con la realtà e non con i pregiudizi che a volte si sono segmentati dentro di noi e si sostituiscono all’esperienza della realtà. È un po’ come dire che il Papa ha rimesso al centro la grande categoria della testimonianza. Anche un giornalista per essere un buon giornalista deve perciò tornare ad essere soprattutto un testimone.

Nei suoi libri lei sottolinea spesso la necessità come credenti di riconoscere le proprie fragilità e affidarle a Dio. Potrebbe essere un punto di partenza anche per questo suo nuovo incarico?

Beh, credo assolutamente di sì. Nel Vangelo si racconta di un miracolo operato da Gesù a partire dalla merenda di un giovane: cinque pani e due pesci che alla fine sfamano una folla di migliaia di persone. Non è solo un mio proposito ma è la grande speranza che quel poco che mi porto nello zaino della mia esperienza, del mio ministero, possa essere utile a qualcuno. Quindi anche a questo Dicastero e spero a tutti colori che vi lavorano.

di Fabio Colagrande

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