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CULTURA | 11 novembre 2020, 11:00

IL GIARDINO DI LILITH: Sul podio della disoccupazione femminile

Non possiamo permettere che la ripresa dalla pandemia porti ad ignorare le esigenze di metà della popolazione

IL GIARDINO DI LILITH: Sul podio della disoccupazione femminile

Ma chi è Lilith esattamente? È una figura presente nelle antiche religioni mesopotamiche e nella prima religione ebraica. Nella religione mesopotamica, Lilith è il demone femminile associato alla tempesta, ritenuto portatore di disgrazie e malattie. Per gli antichi ebrei, invece, era la prima moglie di Adamo (antecedente ad Eva): fu ripudiata e cacciata dal Giardino dell'Eden, poiché si rifiutò di obbedire al marito che pretendeva di sottometterla.Alla fine dell'Ottocento, in concomitanza con la crescente emancipazione femminile in occidente, Lilith diventa il simbolo del femminile che non si assoggetta al maschile.

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Sul podio della disoccupazione femminile

 

Il titolo si riferisce all’ennesimo primato vergognoso dell’Italia: il nostro paese ha il più alto tasso di disoccupazione femminile d’Europa.

Il 16 Ottobre 2020 è uscita la quinta edizione del Gender Equality Index, uno degli indici sulla parità di genere sviluppati e aggiornati dall’UE, creati al fine di incoraggiare gli Stati membri a prestare maggiore attenzione alla disuguaglianza di genere.

Ad un primo sguardo dell’analisi potrebbe sembrare che il nostro paese abbia ottenuto un ottimo risultato: ci siamo infatti classificati al 14esimo posto (su 28), con un incremento di 10,2 punti rispetto al 2010.

Osservando più nel dettaglio, però, possiamo notare come l’incremento riguardi solo i vertici più alti della società, non permettendo quindi di parlare di una reale uguaglianza dei sessi.

Grazie alle quote di genere, abbiamo ottenuto il 35% di rappresentanza femminile in politica e, a seguito dell’obbligo di una presenza minima di donne all’interno dei cda delle aziende quotate in borsa, il 37% anche in quell’ambito. Insomma, le “imposizioni” alla parità, si sono confermate tanto utili quanto necessarie.

Al contempo, siamo messi malissimo per quanto riguarda l’occupazione: solo il 30% delle donne italiane ha un lavoro a tempo indeterminato, mentre la media europea sfiora il 42%. Anche gli stipendi sono vergognosamente bassi, restando di un quinto inferiore rispetto ai corrispondenti maschili; per non parlare della questione relativa al part-time volontario, che fa comprendere come ancora nel 2020, sia esclusivamente la donna a sacrificare la carriera a favore del mantenimento pratico e quotidiano familiare.

Altro dato preoccupante è quello che riguarda le prospettive di carriera: l’Italia ha appena 52 punti su 100, contro la media europea di 64, confermando la sentita difficoltà di avanzare lavorativamente per le donne.

Insomma, questa recente analisi ci permette di capire che, in fin dei conti, la situazione del nostro paese a tal riguardo non è molto migliorata dal 2010, quando eravamo oltretutto afflitti dalla crisi del 2008.

Viene da preoccuparsi non poco, vista la crisi odierna e da chiedersi se quest’ultima non porterà un ulteriore passo indietro, nel quadro di una situazione già abbastanza triste. Pensiamo solo all’incremento della violenza domestica e del carico relativo alla cura dei figli, che la pandemia da Covid-19 ha portato con sé.

Questi dati dovrebbero farci prendere maggiore coscienza della disparità di genere che attanaglia il nostro paese e darci motivazione ancora più forte per combattere il sistema attuale, al fine di ridurre sempre di più il gap ingiusto che divide i due sessi.

Muovere azioni in tal senso, premendo sulla classe politica, dovrebbe essere infatti interesse primario delle donne, ma anche degli uomini: basti pensare che, secondo la Banca d’Italia, se l’occupazione femminile arrivasse al 60%, il Pil aumenterebbe del 7%.

Non possiamo permettere che la ripresa dalla pandemia porti ad ignorare le esigenze di metà della popolazione.

Non possiamo far finta di nulla e non alzare nemmeno la voce di fronte a simili dati e risultati: un’emergenza sanitaria non deve diventare la scusa per perpetrare una tale ed evidente ingiustizia.

 

Isabella Rosa Pivot

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