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CULTURA | 28 ottobre 2020, 10:30

IL GIARDINO DI LILITH: La Retorica Sbagliata sull’Aborto

Quando in Italia si discute d’ interruzione di gravidanza – anche in ambienti che dovrebbero essere decisamente più aperti ed evoluti -, si ha sempre un retrogusto di accordabilità limitata, come se potesse venire accettato solo se si trattasse di una scelta dolorosa e sofferta

IL GIARDINO DI LILITH: La Retorica Sbagliata sull’Aborto

Ma chi è Lilith esattamente? È una figura presente nelle antiche religioni mesopotamiche e nella prima religione ebraica. Nella religione mesopotamica, Lilith è il demone femminile associato alla tempesta, ritenuto portatore di disgrazie e malattie. Per gli antichi ebrei, invece, era la prima moglie di Adamo (antecedente ad Eva): fu ripudiata e cacciata dal Giardino dell'Eden, poiché si rifiutò di obbedire al marito che pretendeva di sottometterla.Alla fine dell'Ottocento, in concomitanza con la crescente emancipazione femminile in occidente, Lilith diventa il simbolo del femminile che non si assoggetta al maschile.

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La Retorica Sbagliata sull’Aborto

 

La legge 194 è stata approvata quarant’anni fa, eppure il Diritto all’Interruzione di Gravidanza è ben lungi dall’essere garantito. A inizio ottobre, il Consiglio Comunale di Verona ha approvato una mozione circa il finanziamento di associazioni per iniziative contro l’aborto.

Il 13 ottobre, anche a Milano e a Caserta, il “Comitato No194”, fautore della battaglia per abolire con un referendum la legge del 1978, ha manifestato nuovamente in piazza. Il loro obiettivo sarebbe quello di abrogare la 194 e di sostituirla con una legge che punisca donna e medici con la reclusione da 8 a 12 anni.

Questi sono solo alcuni dei fatti che stanno minando il diritto all’aborto in Italia, faticosamente conquistato dalle donne. Per non parlare poi della situazione relativa ai medici obiettori di coscienza, che sono in costante aumento: nel 2005 la percentuale degli obiettori in Italia era poco più della metà, il 58%; nel 2016 era già salita al 71%.

Un aumento che non si è arrestato e, per quanto la legge preveda che ogni ospedale debba erogare l’interruzione di gravidanza, ciò accade solo nel 60% dellle strutture. Situazione peggiorata dal Covid-19 e dalle problematiche sanitarie che ha comportato. Non sorprende quindi che, in un quadro simile, sia tornato in auge l’aborto clandestino: secondo l’Istituto Nazionale della Sanità, si praticano ancora oggi circa 20.000 interruzioni di gravidanza illegali all’anno.

Il problema, però, è anche come si parla dell’aborto in generale. Quando in Italia si discute d’ interruzione di gravidanza – anche in ambienti che dovrebbero essere decisamente più aperti ed evoluti -, si ha sempre un retrogusto di accordabilità limitata, come se potesse venire accettato solo se si trattasse di una scelta dolorosa e sofferta. Pare quasi che richieda “un pegno” da pagare per  ottenere la redenzione agli occhi della società: deve avere per forza un certo grado di dolore traumatico che lo accompagna, una vera e propria “giustificazione” per la scelta intrapresa. Forse, se tutt’ora la legge 194 subisce attacchi, è anche causa di chi ne parla sotto queste vesti, attraverso la retorica della sofferenza.

Poco tempo fa, il Journal of History of Medecine, ha pubblicato un articolo in cui parlava di come i paesi cattolici – tra cui l’Italia – affrontassero l’argomento dell’aborto in termini più morali che scientifici: il discorso pubblico al riguardo parte dal pressuposto che si tratti di un’irregolarità, riservata a donne irresponsabili, madri degeneri o vittime di una situazione economica e sociale precaria.

Non viene mai preso in considerazione che possa trattarsi di una scelta presa con sicurezza e determinazione per pura volontà personale. Le casistiche precedenti non sono false, ma non sono al contempo rappresentative in toto della realtà effettiva, che dovrebbe rimanere in ogni caso priva di giudizi. La convinzione di base che abortire precluda necessariemente una costrizione dettata dall’esterno o dalla sfortuna genetica, rientra in quella retorica paternalistica che danneggia la libertà intrinseca alla 194.

Sostenere l’IVG (Interruzione Volontaria di Gravidanza) significa lottare per l’autodeterminazione femminile, oltre a proteggere un diritto non sindacabile della Donna. Per farlo, è necessario anche affontare il discorso senza partire dal presupposto che si tratti di un’azione errata per la quale sentirsi in colpa; o un evento forzatamente tragico, che non vedeva alternative: un simile giudizio, all’apparenza non solo innocuo, ma che talune volte potrebbe addirittura assumere le sembianze di difensore della legge 194, rafforza la contraddizione di base attorno al diritto ed alla sua applicabilità… Aiutando ad ingrandire così le forze che vogliono ostacolarlo.

Isabella Rosa Pivot

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