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CULTURA | 05 agosto 2020, 10:30

IL GIARDINO DI LILITH: L’effetto drammatico del “Pink Washing”

Lilith è Donna. È un aspetto - o più - del nostro carattere. È irriverenza verso un sistema che deve cambiare

IL GIARDINO DI LILITH: L’effetto drammatico del “Pink Washing”

Ma chi è Lilith esattamente? È una figura presente nelle antiche religioni mesopotamiche e nella prima religione ebraica. Nella religione mesopotamica, Lilith è il demone femminile associato alla tempesta, ritenuto portatore di disgrazie e malattie. Per gli antichi ebrei, invece, era la prima moglie di Adamo (antecedente ad Eva): fu ripudiata e cacciata dal Giardino dell'Eden, poiché si rifiutò di obbedire al marito che pretendeva di sottometterla.Alla fine dell'Ottocento, in concomitanza con la crescente emancipazione femminile in occidente, Lilith diventa il simbolo del femminile che non si assoggetta al maschile.

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L’effetto drammatico del “Pink Washing”

Il “Pink Washing” è un miscuglio di pensieri stereotipati ed approssimativi su tutto ciò che riguarda le donne, che va ad infangare e ridicolizzare indirettamente gli ambiti più disparati: politica,  moda, marketing, editoria, ecc.  Nello specifico, si intende una sorta di “lavaggio rosa”, che tinge qualsiasi argomento trattato di questo colore: è l’appropriazione, con conseguente strumentalizzazione, dell’etichetta “a favore alle donne”.

Il Pink Washing non è una pratica esclusiva del genere maschile, per quanto quest’ultimo tenda a farne maggiormente uso per regalare un “contentino” in situazioni di possibile difficoltà consensuale.

Spesso, vi è infatti la tendenza a considerare la lotta contro le discriminazioni un capriccio: alla stregua di chi valuta – al limite dell’assurdo -  l’olocausto come una mera invenzione, sono molti gli uomini che banalizzano le reali problematiche esistenti tra i generi. Ciononostante, vi sono anche tantissime donne che tendono a ricadere in questo meccanismo, sfruttando il valore positivo del femminismo a livello mainstream, al fine di meglio illuminare la propria immagine. Come se far parte di una minoranza o di una lotta a difesa di quest’ultima, potesse in qualche modo rendere in automatico una persona migliore e più determinata.

Per fare degli esempi di questo fenomeno, basti pensare alla logica del rebranding, attuata da molti marchi di moda: per aumentare consenso e vendite, ecco che viene data una lavata di rosa e body positive al prodotto, senza mai cambiare in maniera effettiva la logica e la struttura delle politiche aziendali. Una banale leva per far spendere più soldi alle donne.  Pensiamo altresì al Governo Renzi, andando ora su un piano politico: nacque come quello più “rosa” di sempre: 8 ministri e 8 ministre nominati; una parità del 50%, che però calò sempre più a seguito  delle nomine dei Viceministri e dei Sottosegretari, toccando poi in tempo zero il 27%. Definirsi “Governo Rosa” era però fin troppo appetibile per non continuare a farlo.

Anziché un invito costante ed asfissiante sulla ricerca dell’autostima e dell’accettazione, che fa invece proprio gioco-forza sulle insicurezze delle donne (che ci ha inculcato il sistema patriarcale stesso) e sulla nostra presunta inadeguatezza rispetto al mondo attuale, la rivoluzione femminista avrebbe bisogno di vedere realmente diritti riconosciuti e pari opportunità, con un’azione economica, sociale e politica effettiva.

Questi spot “self help” da deodoranti e shampoo (“Io valgo”, “le donne hanno una marcia in più”,…) finiscono per corrodere ogni ambito dapprima dominato dagli uomini, dando una parvenza irreale di parità, che non fa altro che minarla ancor di più.  Altro esempio lampante è stata la vittoria di Alexandria Ocasio-Cortez al Congresso statunitense di qualche anno fa. I media non hanno evidenziato le sue effettive capacità, ma il suo essere donna e latina, riempiendo le notizie delle foto dei suoi look.

Eppure, Alexandria ha vinto perché ha legato la sua condizione di donna non abbiente all’immagine delle categorie sociali più marginalizzate, difendendo la necessità di un’assicurazione sanitaria nazionale.

Il pink washing è dunque la banalizzazione dell’essere donna. L’idea che il successo femminile, come per la Ocasio-Cortez, sia dovuto al semplice fatto di essere donne.  Anzi, peggio: nonostante questo.

Isabella Rosa Pivot

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