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Le Maitre contable | 03 agosto 2020, 12:00

L'OPINIONE DEL COMMERCIALISTA PAOLO LAURENCET: Il Governo non ha ancora capito la gravità della crisi economica

Mi viene in mente però una frase di Milton Friedman: “se tu paghi la gente che non lavora e la tassi quando lavora, non esser sorpreso se produci disoccupazione”

L'OPINIONE DEL COMMERCIALISTA PAOLO LAURENCET: Il Governo non ha ancora capito la gravità della crisi economica

È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto che proroga lo stato di emergenza fino al prossimo 15 ottobre, con possibilità per il governo di intervenire con provvedimenti ad hoc in caso di necessità al fine di contenere e contrastare i rischi sanitari derivanti dalla diffusione del virus COVID-19. Il decreto proroga inoltre i termini di alcune specifiche misure come le disposizioni sul trattamento dei dati personali nel contesto emergenziale e le misure in tema di lavoro agile. Prorogate anche le norme che prevedono divieti di assembramento e la disciplina sanzionatoria per chi viola le disposizioni anti COVID.

Cerchiamo di capire, in concreto, che cosa comporta lo stato di emergenza. Questo è un provvedimento definito dalla legge 225 del 1992 sulla Protezione civile che delega al governo dei poteri normalmente attribuiti agli enti locali, in modo da poter garantire un intervento immediato e straordinario coordinato a livello nazionale. Lo stato di emergenza può riguardare diverse calamità e per questo viene classificato in diversi modi: può essere dichiarata un'emergenza per rischio sismico, vulcanico, meteo-idro, ambientale e infine, come in questo caso, sanitario. Lo stato di emergenza permette al governo di intervenire più tempestivamente in caso, appunto, di eventi straordinari.

Il Premier Conte ha definito la proroga come una scelta "inevitabile e obbligata", che non deve essere valutata da un punto di vista di preconcetti politici, ma deve essere invece considerata nei suoi elementi tecnici. Il presidente del Consiglio ha anche sottolineato come la proroga dello stato di emergenza non corrisponde in alcun modo a un ritorno al lockdown e che il governo, non ha alcuna intenzione di alimentare ansie e paure della popolazione. Anzi, in questo modo si vuole rendere il Paese più sicuro. Anche per i turisti in arrivo dall'estero.

Critica l’opposizione, che accusa Conte di preoccuparsi della salute del suo governo e non di quella degli italiani.

Personalmente credo che l’esecutivo non abbia ancora capito la gravità dello stato in cui versa l’economia italiana e non solo. Aziende con punti di vendita nelle principali città del nostro paese chiudono; solo per citare le più note HM ha chiuso 600 negozi e Zara oltre 1.000. Corneliani ha portato i libri in tribunale chiedendo un concordato. Ad oggi circa il 30% delle piccole attività non ha riaperto. Per rendersene conto è sufficiente guardare nei paesi e nelle città in cui si vive. Si prevede che i settori del wedding e del turismo non ripartiranno prima del 2022. Potrei continuare nell’elencazione perché la lista è lunga.

Più che preoccuparsi dello stato di emergenza o di altri temi come la legge elettorale, l’esecutivo dovrebbe aprire gli occhi e intervenire con riforme serie a sostegno dell’economia. Continuare a prolungare la CIG e il divieto dei licenziamenti non risolve nulla, anzi serve solo ad evitare di affrontare il problema rendendo il tutto più complicato e insostenibile per le aziende

Nel frattempo insieme allo stato di emergenza fino al prossimo 15 ottobre le aziende potranno continuare ad adottare lo svolgimento del lavoro agile.

Smart working o telelavoro? Questo è il dilemma! L’emergenza COVID-19 ci ha abituati ad una forma di lavoro a distanza che poco ha a che fare con il lavoro agile della legge n. 81/2017 e molto invece con il telelavoro. Nel disegno del legislatore, lo smart working si presenta come un’opportunità per “incrementare la competitività e agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro”, formalizzata in un accordo tra datore di lavoro e lavoratore.

L’emergenza sanitaria ha rappresentato un potente propulsore per la sperimentazione di massa del lavoro da remoto. Tutte le attività d’ufficio che potevano svolgersi a distanza, comprese quelle commerciali, nel periodo del lockdown sono state gestite in questa modalità emergenziale. A distanza di ormai cinque mesi è giusto tuttavia chiedersi se quello che abbiamo sperimentato in questi mesi possa essere definito lavoro agile o se sia qualcosa di diverso. Non dimentichiamo che la contemporanea chiusura di scuole e asili ha messo a dura prova molte famiglie italiane. In un paese scarsamente digitalizzato, ci si è ritrovati da un giorno all’altro a seguire le lezioni e a lavorare da casa. In più, per  chi ha bambini in età prescolare si è posto anche il problema di doversi occupare dei figli. In uno scenario del genere la produttività passa necessariamente in secondo piano e la qualità del lavoro inevitabilmente ne risente.

Lo smart working prevede per definizione l’alternanza di lavoro prestato da remoto con attività svolta in azienda nel contesto tradizionale. Ovvio, durante il lockdown e tutt’ora nella perdurante situazione emergenziale, invece, la prestazione lavorativa si è svolta nella maggior parte dei casi esclusivamente da casa. Superata l’emergenza sarà senz’altro necessario rimettere il lavoro agile sui binari tracciati dalla L. 81/2017 per ritornare a una sana alternanza tra lavoro in azienda e lavoro da remoto.

A prescindere dalle definizioni e dai tecnicismi ritengo che il lavoro agile ha senso di esistere se consente non solo di agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, ma anche di incrementare la produttività. Come ho scritto più volte il lavoro appartiene alle aziende e non all’esecutivo. Ci sono già troppe categorie retribuite dal governo per stare a casa: mi riferisco ai percettori del reddito di cittadinanza o ai navigator. Non mi permetto di riferirmi ai dipendenti pubblici che hanno telelavorato per mesi. Sbaglierei a sparare nel mucchio e a puntare il dito contro di loro.

Mi viene in mente però una frase di Milton Friedman: “se tu paghi la gente che non lavora e la tassi quando lavora, non esser sorpreso se produci disoccupazione”.

Abbiamo la necessità di una riforma del mercato del  lavoro che sappia tener conto di tutti questi fattori e soprattutto modernizzare un sistema ancora troppo ancorato a schemi che funzionavano bene venti  o trenta anni fa e che però non sono più attuali e ancor meno lo saranno in futuro.

Passando alla rassegna dei fatti che hanno interessato la nostra Regione, in settimana si è aperta la finestra per richiedere l’incentivo per le assunzioni, sia a tempo determinato che indeterminato, effettuate dal 18 maggio fino al 31 dicembre. In breve, i soggetti beneficiari sono le piccole medie imprese con unità locale oppure unità operativa in Valle d’Aosta, iscritte alla Camera di Commercio o all’albo professionale. Il contributo può arrivare fino a 8.000 euro per due anni nell’ipotesi di contratto a tempo indeterminato. Ça va sans dire le risorse sono limitate e quindi bisogna affrettarsi. Rimanendo in tema di contributi a sostegno delle imprese e click day, siamo in attesa che si aprano i termini per presentare la domanda di finanziamento a fondo perduto regionale. Pensare che in questo caso il meccanismo “ad esaurimento scorte” si poteva evitare, invece dovremo prepararci all’assalto alla diligenza sperando di essere fulminei con la tastiera così da rientrare tra i fortunati che potranno beneficiare dei contributi. Eppure il centro destra aveva presentato un emendamento all’articolo 42 della legge regionale numero 6 proprio con l’intento di scongiurare un simile meccanismo.

Dal punto di vista politico siamo entrati in campagna elettorale. L’offerta è variegata. Tanti, forse troppi i nuovi partiti che sia affiancano a quelli tradizionali. Si inizia ad entrare nel vivo delle liste elettorali, dei candidati e dei programmi. La competizione sembra aperta sia in Regione che per il Comune di Aosta ma, forse, su quest’ultimo sono di parte e particolarmente interessato.

Mi auguro che alla fine a vincere non sia l’assenteismo elettorale.

(www.studiolaurencet.it)

 

   

Paolo Laurencet

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