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CULTURA | 22 luglio 2020, 10:30

IL GIARDINO DI LILITH: Donne invidiose

Lilith è Donna. È un aspetto - o più - del nostro carattere. È irriverenza verso un sistema che deve cambiare

IL GIARDINO DI LILITH: Donne invidiose

Ma chi è Lilith esattamente? È una figura presente nelle antiche religioni mesopotamiche e nella prima religione ebraica. Nella religione mesopotamica, Lilith è il demone femminile associato alla tempesta, ritenuto portatore di disgrazie e malattie. Per gli antichi ebrei, invece, era la prima moglie di Adamo (antecedente ad Eva): fu ripudiata e cacciata dal Giardino dell'Eden, poiché si rifiutò di obbedire al marito che pretendeva di sottometterla.Alla fine dell'Ottocento, in concomitanza con la crescente emancipazione femminile in occidente, Lilith diventa il simbolo del femminile che non si assoggetta al maschile.

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DONNE INVIDIOSE

L’invidia esiste ed è un sentimento della natura umana, presente e condiviso sia dagli uomini che dalle donne.

Eppure, la società fa maggiormente leva sull’invidia femminile: opinione comune è infatti che le donne fatichino ad andare d'accordo tra loro, continuamente divise da competizione accesa e pettegolezzi.

Risulta necessario scardinare questa convizione errata, poiché la realtà è ben diversa:  le donne sono dotate di grande sensibilità. Si confrontano e sostengono tra loro.

Può ovviamente capitare che litighino, ma sono in grado di chiarire con lucidità, creando così relazioni di amicizia forti e profonde.

Il motivo per cui questo stereotipo permea ancora le nostri menti è legato all'istigazione sociale alla competizione tra donne.

La donna di oggi deve essere sia una compagna (o moglie) in grado di soddisfare il proprio uomo,  che una madre accorta, professionale ed ambiziosa lavorativamente, ma anche amica presente;

ovviamente, mantenendo un aspetto fisico costantemente impeccabile.
Da queste pretese ambiziose e irraggiungibili quanto la perfezione stessa, non può che svilupparsi un’invidia superficiale, istigata appunto dalla mancata soddisfazione di tali pretese verso se stesse; da tale rappresentazione che ci porta a sminuire la nostra figura immancabilmente lontana dai canoni richiesti.

In tale contesto, il confronto è inevitabile: in un modo legato all'apparenza, la realtà viene sfumata dai filtri dei social e dei media, facendoci sentire le uniche a non ottenere il successo in ogni campo; ecco, dunque, a chiederci "perché lei sì ed io no? Cosa ho di sbagliato?"

Un confronto dettato da parametri culturali imposti, che fanno inseguire canoni e obiettivi sbagliati o irreali.
Lo stesso stereotipo alimenta dunque questa "invidia femminile", sulla quale la società investe tempo e denaro, poiché redditizia e vantaggiosa. Un'invidia meno presente nel mondo maschile: vero, ma solo perché meno influenzato dalla dinamica del confronto schiavistico del nostro sistema economico.

Dimostrazione dell'assenza istintiva, o naturale, di questo sentimento è la forte collaborazione e l'elevato sostegno che dimostrano le donne nei rapporti di amicizia e di lavoro che permettono una conoscenza del sé maggiore: smontata la perfettibilità dell'altra donna, una volta conosciuta la sua realtà fatta di difficoltà come ogni altro essere umano, crolla anche il sentimento accusatorio verso se stesse.

Le donne dovrebbero ricordarsi del loro enorme valore, andando al di là degli stereotipi che ogni giorno ci vengono proprinati. Una volta compreso che è impossibile "essere tutto" e che ognuna di noi ha qualità uniche, capacità ed obiettivi diversi, il concetto sociale di competizione smette di esistere.

E con esso, la stessa invidia superficiale, lasciando il podio all'esemplare e sostanziale amicizia femminile: quest'ultima, ove presente, è talmente forte da abbattere ogni barriera.

Isabella Rosa Pivot

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