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CULTURA | 21 luglio 2020, 08:00

LA MIA SCUOLA ELEMENTARE (MEMORIE DEL SOTTOSUOLO)

I bagni, alla turca, erano il mio tormento. Spesso intasati e allagati. L'acqua scorreva abbondante, galleggiava di tutto...e vi lascio immaginare cosa. Trovare un posto adatto..al bisogno richiedeva coraggiosi salti in lungo

LA MIA SCUOLA ELEMENTARE (MEMORIE DEL SOTTOSUOLO)

In un mitico e solatio paese del Sud, chiamato San Ferdinando di Puglia, una sorta di Macondo dell'indimenticabile G.G.Marquez, abitava (e in parte vi abita tuttora) una singolare famiglia che di cognome  non faceva Buendìa ma Dell'Aquila. Padre economo comunale, madre maestra elementare e una nutrita schiera di sette figli, dal maggiore e studiosissimo Michele (da noi chiamato Lino) fino all'ultima della stirpe, chiamata Rosa.

Foto tratta da La scuola di una volta - I tesori alla fine dell'arcobaleno

Ma non è della mia famiglia che voglio parlarvi, nè del mio amato paese popolato di figure degne di "Cent'anni di solitudine". Il mio ricordo va invece alla scuola elementare "Edmondo De Amicis". Siamo nella seconda metà degli anni '40. L'edificio (ù dificie) era unico ma diviso in due plessi: Scuola elementare maschile al 1° piano e Scuola elementare femminile al piano terra. Là ho cominciato dalla seconda classe (mi avevano fatto fare privatamente la "primina" con la maestra Nina Puttilli) la mia esperienza scolastica pubblica. Ricordo il primo giorno di scuola con una fuga. Mia madre, che lì insegnava, mi aveva accompagnato nella nuova classe al primo piano. Preso dalla disperazione per non vederla, avevo subito lasciato la mia aula e rincorso mia madre per le scale al piano terra. Il mio maestro, Tonino Squicciarini, mi fece così la prima lavata di testa.

Ma ci fu anche una seconda fuga quando era in corso la vaccinazione (i 'nzeit) contro il vaiolo. Non sapevo di essere un NO VAX ante litteram, certo è che scappai ancora da mia madre e, calandomi dalla finestra della sua aula, feci perdere le mie tracce. Il maestro era severo e di orientamento comunista perchè leggeva solo l'Unità, tanto da meritarsi dai suoi amici l'appellativo di Dimitroff, un dirigente dell'Unione Sovietica.

Era munito di una robusta e corta canna (à fréul). Lo ricordo in particolare perché spesso ne hanno fatte le spese le mie mani: sbagliavo quasi sempre la tabellina del 7 quando si doveva azzeccare quel maledetto 7X8! La vita in aula scorreva regolarmente tra dettati, componimenti e problemi da risolvere. C'erano anche delle pause quando, ad esempio, si doveva andare al cesso. I bagni, alla turca, erano il mio tormento. Spesso intasati e allagati. L'acqua scorreva abbondante, galleggiava di tutto...e vi lascio immaginare cosa. Trovare un posto adatto..al bisogno richiedeva coraggiosi salti in lungo.

Il più fregato ero io per la mia altezza, ma c'era qualcuno dei miei compagni più alti che avrebbe meritato di partecipare alle Olimpiadi per la sua bravura. Ho amato il mio maestro un solo giorno, quando giunse in aula la notizia della morte di sua madre. La lezione fu sospesa e tutti a casa. Non ricordo una morte più allegra per me! Ma la beatitudine massima si raggiungeva quando Peppino il bidello, un invalido che nella campagna di Russia ci aveva rimesso un piede per congelamento a causa anche delle scarpe di cartone in dotazione ai soldati, suonava la campanella per la fine delle lezioni.

L'uscita dall'edificio scolastico era una furiosa e travolgente cavalcata degna del 7° Cavalleggeri del Far West. Ricordo che una volta travolgemmo perfino la bancarella di Ninetta e Nanuccio - due rimpatriati dalla Tripolitania- che vendevano davanti alla scuola bomboloni con abbondante contorno di mosche, pesciolini di liquirizia nera e già "alliccati" per prova e pezzi di castagnaccio scurissimo a prova di tifo fulminante.

Era il mio paese ed era la mia scuola che ho amato e amo ancora con tutto il mio  cuore.

Romano Dell'Aquila

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