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CULTURA | 10 giugno 2020, 10:30

IL GIARDINO DI LILITH: La sindrome della prostituta

Lilith è Donna. È un aspetto - o più - del nostro carattere. È irriverenza verso un sistema che deve cambiare

IL GIARDINO DI LILITH: La sindrome della prostituta

Ma chi è Lilith esattamente? È una figura presente nelle antiche religioni mesopotamiche e nella prima religione ebraica. Nella religione mesopotamica, Lilith è il demone femminile associato alla tempesta, ritenuto portatore di disgrazie e malattie. Per gli antichi ebrei, invece, era la prima moglie di Adamo (antecedente ad Eva): fu ripudiata e cacciata dal Giardino dell'Eden, poiché si rifiutò di obbedire al marito che pretendeva di sottometterla.Alla fine dell'Ottocento, in concomitanza con la crescente emancipazione femminile in occidente, Lilith diventa il simbolo del femminile che non si assoggetta al maschile.

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La sindrome della prostituta

L’altro giorno, mi ha chiamata un’ amica che tratteneva a stento le lacrime.

Il ragazzo che stava frequentando era sparito nel nulla: dopo un mese e mezzo che si vedevano, aveva deciso di non rispondere, né di cercarla più.

Non che lui le avesse dato poi chissà quali attenzioni durante il periodo in cui si sono visti; d’altro lato, non mi era parsa nemmeno lei così coinvolta prima di quella telefonata, tanto che parallelamente si sentiva con altri ragazzi.

Non riuscivo dunque a comprendere, inizialmente, la sua disperazione. Affermava ora di esserne perdutamente innamorata e di non riuscire non solo a capire le motivazioni del suo comportamento e di starci male, ma anche di non fare altro che pensare a lui.

Dopo qualche minuto di drammatico sfogo, ho compreso che la mia amica stava soffrendo della “sindrome della prostituta”.

Si tratta di una sindrome di cui quasi tutte noi donne soffriamo almeno una volta nella vita, ma la maggior parte delle volte talmente inconsciamente da non riconoscerne nemmeno un sintomo.

Fin da piccole, la nostra educazione si è sempre tenuta ben alla larga dal sesso. Quest’ultimo ci è stato trasmesso come unicamente legato all’amore e al sentimento.

“Non darla, o lui non si innamora”; “non darla a tutti o ti giudicano male”; “gli uomini vanno a letto con le facili e sposano le brave ragazze”: queste frasi vi ricordano qualcosa?

Bombardate dalla necessità dell’amore, a discapito totale del puro divertimento, permesso agli uomini perché più istintivi (ergo, meno intelligenti, secondo la teoria della società), siamo state portate ad assegnare alla nostra sessualità un ché di sacro e inviolabile.

Insomma, tutto ci ha portato a credere che il sesso rimanga qualcosa di sporco, se non “concesso” - e non ho usato questo verbo casualmente – ad un amore.

Poco importa il livello di emancipazione interna che siamo riuscite a raggiungere: questo piccolo tarlo, frutto di anni e pensieri, rimane ancorato in un piccolo angolo della nostra mente. Anzi, più diventiamo consapevoli e rifiutiamo i concetti che ci sono stati imposti, più il tarlo si insinua nella zona dei “rigetti mentali” e finiamo nel creare giustificazioni inconsce alle contraddizioni interne che crea.

Mi spiego meglio: la mia amica, donna molto libera e indipendente, ha sentito minacciata la sua integrità sociale per il trattamento ricevuto, che al contempo l’ha portata a pensare di essere stata lei a sbagliare; lei, infatti, si è “concessa” troppo e lui è scappato. Questo è il pensiero mentale, residuo della sua educazione di anni e talmente automatico, da sfuggire consciamente ad una donna tanto consapevole.

Si è creata, dunque, un meccanismo di difesa, una buona uscita per la sua coscienza: che lei è innamorata di quest’uomo.

<<Sì, mi ha usata, ma io non sono comunque una prostituta>>.

In realtà, si sono usati a vicenda e se non ci fossero certi preconcetti sociali e mentali, vi assicuro che la mia amica avrebbe capito il poco valore di quella persona, che già comunque non era in grado di stimolarla adeguatamente e con la quale avrebbe dovuto chiudere prima, nonché avrebbe successivamente telefonato a uno degli altri uomini con cui si sentiva al primo accenno di chiusura.

Che sia un episodio, o per periodi più lunghi, abbiamo tutte sofferto della “sindrome della prostituta”, convicendoci di provare sentimenti inesistenti per uomini con cui condividevamo solo desiderio carnale e passione; per un rifiuto che ci ha ferito; per sentirci meno sbagliate, anche se non lo siamo state e non lo saremo mai.

Sono normalissimi effetti collaterali di un’educazione che ancora fatica ad essere sostituita e che viene perpetuata, spesso incosapevolmente.

Il punto di svolta, di guarigione dalla “sindrome”, si raggiunge solo nel momento in cui l’amore per noi stesse valica i confini del pensiero altrui di come dovremmo vivere.

Nel momento stesso in cui il giudizio esterno diventa meno importante della nostra felicità, ecco che il tarlo se ne va… E non servono più scuse.

Isabella Rosa Pivot

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