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CRONACA | 06 giugno 2020, 08:21

Sei arresti ma una sola presunta colpevole per il misterioso omicidio in Spagna del boss Giuseppe Nirta

Quattro spagnoli e un italiano ex affiliato della Mala del Brenta erano stati arrestati dalla Guardia Civil cinque mesi dopo l'assassinio, avvenuto il 9 giugno 2017, ma poi furono scagionati

Sei arresti ma una sola presunta colpevole per il misterioso omicidio in Spagna del boss Giuseppe Nirta

Un boss del narcotraffico ucciso a colpi di pistola e di coltello; sei persone indagate e arrestate, cinque delle quali rilasciate con la patente di 'innocente' dopo mesi di carcere mentre per la sesta si avvicina invece l'ora del processo.

Tre anni di indagini della Guardia Civil di Aguilas, nella Murcia spagnola, seguite passo passo almeno sino allo scorso anno dai carabinieri italiani e dalla Direzione distrettuale antimafia di Torino, perchè su quell'omicidio è gravata dal primo giorno e incombe ancora l'ombra della 'ndrangheta. E' un giallo intricato che non è ancora finito, la morte violenta il 9 giugno 2017 del pregiudicato e commerciante 52enne Giuseppe Nirta, originario di San Luca (Reggio Calabria) e vissuto diversi anni in Valle d'Aosta, ucciso mentre rientrava con la compagna romena Cristina Elena Toma nella sua casa al riparo da occhi indiscreti nella località di Charcon, provincia di Aguilas. Lei, Cristina, è stata arrestata oltre un anno fa con l'accusa di concorso in omicidio, che gli inquirenti sono pronti a riqualificare in omicidio volontario perchè ad oggi lei per gli investigatori iberici è rimasta l'unica colpevole. 

Gia nell'estate del 2018 il magistrato Carmen Alcayde Blanes, della procura di Lorca da cui dipende la città di Aguilas, aveva prosciolto dalle accuse e rimesso in libertà quattro spagnoli residenti a Pola de Siero, un paesone delle Asturie, accusati di aver nascosto nelle loro case il pregiudicato veneto Giuliano Velo, ex affiliato della Mala del Brenta da ormai 30 anni in Spagna, detenuto di lunga pena ma in licenza premio proprio nel giorno dell'omicidio di Nirta ed evaso poche ore dopo per darsi alla macchia. Velo fu subito accusato di essere l'autore dell'assassinio in quanto in passato, secondo gli inquirenti della Guardia Civil, aveva avuto attriti con Nirta nel periodo in cui aveva abitato proprio di fronte a casa sua.

Rintracciato in Albania, Velo era stato arrestato ed estradato in Spagna nel novembre 2017; quello stesso mese finirono in carcere anche i suoi quattro presunti 'fiancheggiatori', due coppie (una donna aveva avuto in passato una relazione amorosa con Velo) che lo avrebbero protetto e nascosto nella latitanza fornendogli infine un passaporto sloveno per la fuga. Nel giugno del 2018 il pregiudicato veneto e i quattro spagnoli furono scarcerati e contro di loro caddero tutte le accuse. Le indagini avevano portato gli investigatori della Guardia Civil a escludere loro responsabilità nell'omicidio perchè tutti gli indizi convergevano invece su Cristina Elena Toma, la romena originaria di Honedoara compagna da anni di Giuseppe Nirta.

Toma fu così arrestata un anno fa con l'accusa di 'concorso in omicidio' perchè la Guardia Civil, pur convinta della sua implicazione nel delitto, non aveva ancora acquisito tutti gli elementi per escludere senza ombra di dubbio il coinvolgimento della 'ndrangheta, essendo considerato Giuseppe Nirta inequivocabilmente un 'ndranghetista dai lunghi trascorsi criminali. In vista del processo, però, in assenza di ulteriori elementi a riprova della presenza di un 'commando' sulla scena dell'omicidio, la donna potrebbe rimanere l'unica imputata.

All'inizio dell'indagine, la Guardia Civil aveva dato per scontata la versione di Cristina Elena, secondo cui lei e il suo compagno erano state aggredite da sconosciuti armati di pistola e coltello e lei era riuscita a salvarsi fuggendo nel buio. Tuttavia, i resti di polvere da sparo trovati nei vestiti che la donna indossava quella sera e la diversa posizione dei residui rimasti sulla sua maglietta e sui suoi pantaloni hanno convinto gli inquirenti che lei avrebbe potuto benissimo sparare, da due diverse posizioni, i sette colpi che hanno ucciso Nirta, 'finito' poi a colpi di coltello, gesto molto 'intimo' e che parrebbe motivato più da un forte rancore passionale piuttosto che modus operandi di un freddo e professionale sicario.

Quel 9 giugno 2017 Giuseppe Nirta lasciò la sua abitazione in auto e andò a prendere Cristina Elena al lavoro. Al ritorno, proprio mentre era appena uscito dalla vettura, gli spari e le coltellate mortali. Nelle foto scattate dalla Scientifica della Guardia Civil 'El Italiano', come in tanti chiamavano Giuseppe Nirta, giace a terra vicino alla sua auto con la portiera del conducente chiusa (Cristina Elena disse di essere riuscita a fuggire dalla portiera del passeggero); il corpo è appoggiato sulla schiena, col viso e il petto rivolti verso l'alto. Una posizione poco compatibile con un uomo in fuga dai suoi assassini, piuttosto invece con quella di chi è colto di sorpresa. Nessuno ha visto nulla, sulla scena del crimine c'era solo Cristina Elena Toma e dei presunti killer non è stata mai rinvenuta alcuna traccia materiale.

p.g.

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