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ECONOMIA | 25 maggio 2020, 10:08

L'OPINIONE DEL COMMERCIALISTA PAOLO LAURENCET: "Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri

PRUDENZA IL CORONAVIRUS E' IN AGGUATO - Le banche non sono attualmente esenti da rischi, giacché potranno essere chiamate a rispondere in ambito penale tanto in proprio, quanto in concorso con gli amministratori e gli imprenditori

L'OPINIONE DEL COMMERCIALISTA PAOLO LAURENCET: "Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri

Nella settimana appena conclusa l’affaire Bonafede ha monopolizzato l’attenzione, facendo passare quasi in secondo piano la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale il decreto Rilancio.

Nella nostra Regione invece si è rianimata la bagarre politica.Procediamo con ordine e affrontiamo il caso del Guardasigilli. Come noto il Senato, mercoledì 20 maggio, ha messo ai voti le due mozioni di sfiducia che le forze politiche di minoranza hanno presentato contro l’operato del ministro Bonafede. Ripercorriamo la vicenda. Dapprima scoppia in diretta TV la polemica fra uno dei magistrati antimafia più famosi e controversi in Italia, Nino Di Matteo, e il Ministro medesimo che viene accusato di aver negato al magistrato, nel 2018, un prestigioso incarico al ministero della Giustizia per via di alcune pressioni ricevute da boss mafiosi, che si sarebbero lamentati dell’eventuale nomina.

Poi la scarcerazione per coronavirus dei detenuti al 41Bis. Il tutto condito dall’improvvisata parodia del processo da remoto e dai ripetuti interventi legislativi diretti a controllare la giurisdizione della magistratura di sorveglianza (verrebbe da dire tesi a sorvegliare il sorvegliante); fatti con cui l’amministrazione della giustizia ha dimostrato tutta la sua inefficienza nell’affrontare gli effetti dell’epidemia.D'istinto verrebbe da dare al ministro il consiglio di dimettersi, soluzione lineare che gli consentirebbe di prendere atto dei risultati fallimentari conseguiti nei due anni di esercizio della responsabilità politica del dicastero e di recuperare al contempo credibilità.

Da un’alta carica dello Stato ci si attenderebbe l’esercizio nobile della dignità tramite l’assunzione delle proprie responsabilità e le conseguenti dimissioni. Invece purtroppo abbiamo dovuto assistere all’inutile zuffa politica andata in scena al Senato. Emblematica la dichiarazione dell’onorevole Maria Elena Boschi: “Senza di noi ora Bonafede sarebbe a fare gli scatoloni a via Arenula…”.

Il vocabolario Treccani definisce la giustizia quale “Virtù eminentemente sociale che consiste nella volontà di riconoscere e rispettare i diritti altrui attribuendo a ciascuno ciò che gli è dovuto secondo la ragione e la legge”. Mi sento di dire che in questo caso non è stata fatta giustizia.Partendo da questa vicenda, tipicamente italiana, e rivivendo i tanti fatti che si sono susseguiti in questi mesi di convivenza con il covid-19 emerge sempre più evidente nel nostro Paese la contrapposizione, che mi auguro non sfoci in un conflitto, tra garantiti e non garantiti. Mi viene in mente la novella di George Orwell intitolata “la fattoria degli animali” in cui l’autore scrive “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.

Al garantismo di cui beneficiano ministri e funzionari pubblici fanno da contraltare le responsabilità penali attribuite ai datori di lavoro e ai direttori di banca. Sul tema ricordo che Il “Decreto Cura Italia” considera il contagio da coronavirus in ambito di lavoro come un infortunio meritevole, in quanto tale, di ricevere la copertura assicurativa Inail. Il datore di lavoro, pertanto, è potenzialmente esposto alla responsabilità penale per i reati di lesioni ai sensi dell’art. 590 c.p. e omicidio colposo ai sensi dell’art. 589 c.p., aggravati dalla violazione delle norme antinfortunistiche, laddove non abbia adottato le misure necessarie a prevenire il rischio di contagio, cagionando così la malattia o morte del lavoratore. Mentre I finanziamenti garantiti dal dl liquidità mancano della copertura penale.

Anche le banche non sono attualmente esenti da rischi, giacché potranno essere chiamate a rispondere in ambito penale tanto in proprio, quanto in concorso con gli amministratori e gli imprenditori.Altre categorie non garantite dallo Stato sono, senza dubbio, le imprese, gli autonomi, insomma il mondo delle partite IVA. Il Cura Italia ha portato in dote dopo oltre 40 giorni solo i famosi 600 euro, il decreto Liquidità è ancora in alto mare ed i finanziamenti prigionieri di una procedura confusa e ambigua. Il decreto Rilancio è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale solo il 19 maggio. Quest’ultimo conta oltre 300 pagine e 266 articoli. All’indomani della sua ufficializzazione il governo ha annunciato che sta già lavorando ad un decreto per la semplificazione. Mi viene un dubbio e ripesco una battuta fulminea di Alberto Sordi in un suo film: “ma che ce state a cojonà?”. Insieme al “decretone” , complesso e articolato, sono addirittura stati realizzati i relativi bignami per poterlo decifrare. Persino l’onorevole Calenda ha dichiarato che ci vogliono almeno tre commercialisti per interpretarlo (spero non nascano barzellette sul tema).

Non era più logico prima semplificare e poi successivamente se non in parallelo definire il decreto Rilancio? Nel concreto il decreto prevede, a supporto delle attività produttive, svariati crediti di imposta che, a prescindere dall’intenzione del legislatore, non necessariamente si trasformeranno in liquidità per le imprese e poi infine i contributi a fondo perso. Peccato però che, senza alcuna spiegazione logica, il “decretone” nega a tutti i liberi professionisti iscritti agli ordini professionali l’accesso alle indennità a fondo perduto.

Centinaia di migliaia di lavoratori vengono esclusi dall’importante provvedimento in una fase in cui, come tutte le realtà del mondo del lavoro, stanno patendo pesantemente gli effetti della crisi. Tra l’altro in questi mesi di emergenza Coronavirus queste attività sono state giudicate “essenziali” dal Governo. Ricordo che infermieri e medici, fino a ieri considerati gli eroi della battaglia contro il coronavirus, spesso esercitano la loro attività come liberi professionisti. Ancora una volta il mondo delle professioni viene dimenticato dal governo.

Viviamo in un Paese che non sa ancora distinguere il valore del professionista rispetto a quello del semplice erogatore di un servizio.Concludo con l’ormai puntuale sguardo su quanto accaduto chez nous. Questa settimana abbiamo vissuto l’ennesima pagina negativa della storia del coronavirus in Valle d’Aosta. Pensare che l’enfasi con cui domenica 17 maggio il Governo regionale aveva annunciato i nuovi provvedimenti a favore delle famiglie e delle imprese aveva illuso tutti portandoci a pensare che la situazione stesse finalmente prendendo la giusta direzione.

Invece dobbiamo registrare “niente di nuovo sul fronte occidentale” citando il titolo del romanzo di Erich Maria Remarque. Mentre imprese valdostane storiche chiudono definitivamente, la politica non ha saputo o voluto mettere da parte i propri sofismi, e le tanto annunciate risorse sono di nuovo scomparse dai radar di autonomi e partite IVA, già provati da mesi di recessione. Non solo, ma il progetto di legge non è stato ancora formalizzato, il che fa presagire che le aziende valdostane dovranno aspettare ancora a lungo prima di ottenere quelle indennità che avrebbero dovute essere erogate all’alba della fase uno.

Eppure gli addetti ai lavori hanno cercato in diversi modi di consigliare e suggerire, ma la politica, soprattutto quella di governo ha preferito arroccarsi nei propri palazzi. Se le istituzioni, almeno quelle nazionali, hanno fatto ricorso ai medici e agli esperti del settore per fronteggiare l’emergenza sanitaria, perché non si è voluto rivolgersi agli esperti dell’economia e della finanza per curare la nostra Regione?

Mi auguro che gli annunciati 150 milioni siano quanto prima investiti in modo efficace sul territorio regionale e soprattutto che non siano gestiti quale moneta di scambio in previsione delle prossime elezioni.

Paolo Laurencet

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