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ECONOMIA | 20 aprile 2020, 13:25

L'OPINIONE DEL COMMERCIALISTA LAURENCET: Non basta percorrere la strada dei prestiti per evitare chiusure attività

RESTIAMO A CASA - Quella delle imprese fermate dal governo per fare fronte all’emergenza Covid-19, è una situazione molto difficile che rischia di aggravarsi. Ormai si dibatte sulla riapertura come se la fase 1 si fosse conclusa positivamente, ma è proprio così?

Il commercialista Paolo Laurencet

Il commercialista Paolo Laurencet

Se i dati sanitari mostrano timidi miglioramenti, al contrario la tempesta economica viaggia con un mese e mezzo di ritardo. Nel frattempo, la liquidità di cassa è quasi terminata; il fatturato di marzo e aprile è crollato, la maggior parte degli incassi da clienti (RI.BA, Bonifici o Assegni), tornano indietro o devono essere rinegoziati mentre i fornitori, minacciano di sospendere le consegne di materia prima.

Quindi, la “potenza di fuoco” annunciata dal premier Conte, dovrebbe tradursi immediatamente in un “contributo statale a fondo perduto” equivalente almeno al 50-60% del mancato fatturato subito dalle aziende a marzo, e che continuerà tra aprile, maggio e giugno.

Invece ci sono ancora circa 125.000 lavoratori che attendono il bonus da 600,00 € e purtroppo per quanto riguarda la liquidità invocata da tanti, le possibilità portano solo ai prestiti garantiti dallo stato. Credito più agevole per le imprese, ma sempre soggetto alla valutazione del merito creditizio e della capacità di rimborso. Non è con la garanzia che si possono concedere finanziamenti finalizzati alla costituzione di polmoni di liquidità per fronteggiare un possibile crollo del fatturato per alcuni mesi.

Mi scuso se non posso fare a meno di fare il mio lavoro, credo che l’occasione da sfruttare in questo momento per le aziende più deboli sia legata alla novità introdotta dal Cura Italia di poter garantire all’80% le operazioni di rinegoziazione del debito. Al di là di questa digressione non basta percorrere la strada dei prestiti, se pur agevolati per evitare la chiusura di molte attività. Volendo essere provocatori, la proposta di pagare tasse e debiti, facendo altri debiti con i finanziamenti a garanzia è irricevibile; un palliativo destinato a mettere in ginocchio molte imprese, quando e se, a settembre si tornerà a pieno regime produttivo.

Urge una revisione dell’intero calendario fiscale. I versamenti previsti a partire dalla fine di maggio per arrivare al 1 luglio sarebbero insostenibili in condizioni normali figuriamoci dopo mesi di chiusura. La fase 2 non può essere procrastinata per tutti questi motivi e soprattutto perché in questi due mesi non si è saputo gestire l’economia di guerra, così come alcuni l’hanno definita. Siamo costretti ad assumerci il rischio di convivere con il Covid-19 perché, se è stato facile chiudere, nessuno si è assunto la responsabilità di gestire economicamente il lockdown.

Tante parole, proclami, poche soluzioni imprigionate dalla burocrazia. In questo contesto faccio autocritica. Anche noi imprenditori non siamo esenti da responsabilità. Siamo comunque rimasti divisi e confinati nelle nostre associazioni di categoria ed ordini professionali. Ci vuole più coraggio, andare oltre gli interessi di settore, e fare sentire una sola voce; siamo tutti nella stessa barca.

A tutto ciò si aggiunge la preoccupazione che il Governo ripeta il prelievo dai conti correnti degli italiani effettuato da Amato nel 1992. La preoccupazione pare fondata: esponenti dei partiti governativi cominciano ad alimentare sui media discussioni sull’esigenza di mettere in campo ,misure “solidaristiche” (Covid tax ma non solo). Non mi è chiaro perché la solidarietà appartenga ai contribuenti e non anche alla Pubblica Amministrazione. Rivedere la spesa pubblica nell’emergenza non significa fare beneficenza.

I fondi recuperati andrebbero investiti nelle imprese. Le somme messe a disposizione sarebbero recuperate tramite le imposte, tasse e minori spese in termini di welfare. Non mi soffermo sull’eventuale illegittimità di una ulteriore gabella, magari sul patrimonio, e sulla facile previsione che gli effetti deprimenti sull’economia supererebbero di gran lunga i benefici attesi, preferisco far riflettere sul danno derivante da tale preoccupazione. Stiamo già vivendo paura, incertezza sul futuro e rabbia, aggiungere altra benzina sul fuoco non pare essere geniale come soluzione.

In ambito regionale c’è da registrare l’approvazione della proposta di legge numero 56, avente ad oggetto misure urgenti di sostegno per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19. In sede di discussione è stata evocata la metafora della montagna che ha partorito il topolino. Sulle disponibilità di budget si può fare poco e noi imprenditori lo sappiamo bene.

Probabilmente 11 misure a fronte delle risorse economiche disponibili sono un po’ troppe. Era preferibile concentrarsi su poche incrementando così l’efficacia di ciascuna e non disperdendo energie. Per fare un esempio il fondo di rotazione, cui sono destinati inizialmente 2 milioni di euro, sarà accessibile da un numero limitato di aziende. Tutto sommato la misura si sovrappone a quella governativa in ambito di prestiti garantiti.

Volendosi coordinare con la normativa nazionale, si potrebbero concentrare le risorse sui contributi per l’abbattimento degli interessi su finanziamento di liquidità previsti all’articolo 4 della proposta. Questa è solo una delle possibili semplificazioni. Concludendo, sembra avvicinarsi il D-day. Il quattro maggio è la data individuata per la progressiva riapertura. Non possiamo letteralmente permetterci di attendere oltre. Ne va del futuro di molte imprese. Serve, però, una strategia. Non possiamo fare un altro salto nel buio.

Sarebbe saggio evitare che il tutto si declini in una sequela di nuovi costi fissi per le aziende. Le leggende metropolitane, mi auguro che rimangano tali, narrano di medici presenti in imprese, negozi, laboratori, sanificazione dei locali (molti esperti ne mettono in dubbio l’utilità), strutture in plexiglass nelle spiagge ecc. E’ auspicabile che si ricorra al buon senso e all’equilibrio.

Indiscutibili i DPI, purché disponibili per tutti, nessun dubbio sul distanziamento tra gli operatori però che non si inneschi un meccanismo perverso di costi e burocrazia per poter lavorare.

Paolo Laurencet

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