| venerdì 20 ottobre 2017 16:04

| lunedì 19 giugno 2017, 15:29

Altro che accoglienza ricettiva. Non si capisce chi è l’avventore, chi il barista, chi il cameriere o il commesso

Al Caffè Roma di Aosta la divissa è un elegante fiore all'occhiello che denota professionalità nell'accoglienza degli avventori. Nella foto da sn: Vincenzo, Giorgia, Moreno e Felice

Da tempo sono sparite le divise. O meglio le indossano solo i netturbini della Quendoz o gli operai della Cogne. Per il resto   nella stragrande maggioranza dei bar, delle pizzerie e ristoranti di Aosta e della Valle in genere,  spopola  un abbigliamento che turisticamente chiamiamo ‘abiti di casa’.

E così succede che un cliente chiede ad un altro cliente scambiato per il cameriere,  un caffè piuttosto che un panino. Sono passate di moda le divise dei camerieri e dei baristi. Una volta c’era l’obbligo anche del copricapo. Ora, come il personale sanitario che si prende la boccata d’aria indossando gli indumenti con i quali opera in reparto, anche il personale dei servzi ristorazione in genere, passano dallo scaricare le vettovaglie dall’auto al servire la pizza con il medesimo vestiario.

Eppure si tratta di delicatezza nei confronti dei turisti e dei clienti. Certo, che in Valle si nota la differenza dei locali pubblici della vicina Costa Azzurra, oppure del professionale Alto Adige, non parliamo della Svizzera o della vicinissima Chamonix.

Chissà se il volenteroso innovatore e rinnovatore del turismo valdostano, l’assessore Claudio Restano, si fa un giretto al Caffè Roma di via E. Aubert di Aosta per capire quanta differenza ci sia tra un esercizio pubblico dove il personale indossa la divisa e uno dove l’abito non fa il monaco. Sarebbe bello che l’Assessore regionale al Turismo bandisse un concorso a premi  per la buona cucina, il miglior cocktail, l’accoglienza, la conoscenza delle lingue straniere, ma anche per lo stato dei servizi igienici. Tra l’altro, luogo obbligato in molti comuni se non si vuole utilizzare i quasi scomparsi gabinetti pubblici.

Rimane però il problema di come si presentano camerieri e baristi. Non si fa distinzione tra zone: sullo struscio dei centri storici, nei rifugi, in centro o in periferia. Un nostro lettore ci ha racconato: "Ad un tavolo di stranieri si avvicina un cameriere-titolare vestito normalmente, lo scambiano per un vu cumprà che vuol vendere o chiedere l’elemosina. Gli dicono di no e restano seduti in attesa. Passa un quarto d’ora, il ‘cameriere-titolare’ torna al tavolo, altro secco no. I turisti si alzano e vanno alla cassa del bar, scoprono che è proprio lui. Si erano sbagliati. Si sono allontanano indispettiti".

Eppure le norme igienico-sanitarie  prevedono anche un abbigliamento adeguato per chi somministra alimenti; o no?

Chi sa ci illumini.

red. cron.

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