/ FEDE E RELIGIONI

FEDE E RELIGIONI | 26 marzo 2020, 09:00

Lettera che l'arcivescovo mons. Cesare Nosiglia ha scritto ai medici, agli operatori sanitari e agli assistenti spirituali.

RESTIAMO A CASA - Un virus si è rivelato capace di bloccare il mondo, mettere distanza persino tra le persone più care e nei momenti più importanti, gioiosi o tristi che siano, cambiare le dimensioni della prossimità e della libertà

Lettera che l'arcivescovo mons. Cesare Nosiglia ha scritto ai medici, agli operatori sanitari e agli assistenti spirituali.

Cari amici ed amiche,

che lavorate al servizio della salute e della cura delle persone, desidero scrivere questa lettera aperta rivolgendomi a voi come persona, come cittadino,  amico e vescovo.

 Nel tempo che stiamo vivendo c’è “qualcosa di nuovo o forse d’antico”: la  messa in discussione delle nostre certezze, il crollo dei miti che credevamo invincibili, l’improvviso fragore del silenzio provocato dall’affiorare delle paure  più recondite, mosse dalle inaspettate e sempre rimosse fragilità della nostra e  altrui esistenza!

Un virus si è rivelato capace di bloccare il mondo, mettere distanza persino  tra le persone più care e nei momenti più importanti, gioiosi o tristi che siano,  cambiare le dimensioni della prossimità e della libertà.

Nella sua folle, pericolosa  e travolgente corsa questa malattia richiede alle persone aiuto, responsabilità,  reciprocità, presa in carico e cura. Insieme al saper fare è richiesto un “esserci”,  lo scegliere di stare accanto anche quando non ci può essere più un altro; è lì  che mi sento rappresentato da voi pienamente, come il buon samaritano che si  ferma e accudisce il malcapitato sulla strada di Gerico: non lo fa solo per sé  stesso; egli è il rappresentante di una umanità compassionevole e solidale! Sappiate che come persona sono con voi.

Il vostro servizio e la vostra capacità di compatire mettono a nudo i pericolosi effetti provocati dai tagli alla sanità, che rendono “invisibili” i più deboli,  dagli incomprensibili numeri chiusi delle scuole universitarie e di specialità, dal  rischio di una graduale de-umanizzazione delle vostre professioni e dalle richieste di onnipotenza che in modo pretenzioso, a volte persino rabbioso e violento, vengono a voi rivolte: come cittadino, sento il dovere di condividere con voi  altre scelte, visioni e valori.

Non posso dimenticare e non vedere lo sforzo continuo che, a vari livelli,  clinico, assistenziale, amministrativo, civile ed ecclesiale, viene messo in atto   con prezzi personali, familiari e sociali altissimi. Nei segni lasciati dalle mascherine sui vostri volti, si intuiscono quelli impressi sui vostri sentimenti, sui vostri  legami, sui vostri racconti; qui come amico desidero essere compagno di strada,  ascoltare le vostre fatiche e aspirazioni, essere con voi nella difficoltà, nella tristezza della sconfitta e nella gioia di quelle vittorie che solo “chi si prende cura”  conosce.

Non posso e non voglio dimenticarmi di essere per voi vescovo annunciatore della persona, della vicenda e della parola di Gesù Cristo. Nel rispetto delle  diversità di visioni religiose, del mondo, della vita e della spiritualità, Cristo sofferente parla in modo particolare all’uomo, non soltanto al credente.

Anche la  persona in ricerca può scoprire in lui l’eloquenza della solidarietà con la sorte  umana, come pure l’armoniosa pienezza di una disinteressata dedizione alla causa dell’uomo, alla verità e all’amore. Infatti, «ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini»  (1Corinzi 1,24-25). 

Ci si interroga dove sia Dio in questo momento? Mi sento di rispondere che  è in una corsia d’ospedale, in una casa per anziani, nelle comunità per tossicodipendenti e malati psichiatrici, nei centri per disabili, in un dormitorio per coloro  che sono senza fissa dimora, nelle nostre case isolate e spaventate, è presente  anche attraverso i nostri cappellani e assistenti spirituali che con dedizione, senza tirarsi indietro, sono vicini a voi, ai pazienti e familiari, è sia in chi soffre sia  in chi cura, lotta con noi e per noi.

Non ci ha abbandonati: si è ancora una volta  calato misteriosamente nei nostri panni, al punto di risultare nascosto! Dove ci  riesce difficile vedere i nostri fratelli e sorelle riesce ancor più problematico vedere Dio!

Oso ancora e sempre mettermi con voi alla scuola del Vangelo e proclamare la risurrezione come fondamento centrale della fede cristiana, per cui  Paolo ha potuto dire nella prima lettera ai Corinzi: «Se Cristo non fosse risorto,  la nostra predicazione sarebbe senza fondamento e vana la vostra fede» (15,14). 

La risurrezione è l’unica novità capace di irrompere nella storia umana, sociale e personale, e trasformarla. È la risurrezione del Signore che alimenta la  nostra voglia di vivere e non darsi mai per vinti, di fronte all’angoscia della morte di tanti nostri fratelli e sorelle; è la resurrezione del Signore che ridona sempre senso alle nostre difficoltà e che ci impedisce di dichiarare la vittoria del non  senso e della solitudine.  Carissimi, permettetemi di dirvi grazie e di benedirvi in Cristo. Vostro 

+ Cesare vescovo, padre, fratello e amico" 

Ti potrebbero interessare anche:

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore