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FEDE E RELIGIONI | 12 febbraio 2020, 09:00

L’anziano come maestro di senso

Il testo che pubblichiamo, tratto dall'Osservatore Romano, riporta quasi per intero le conclusioni svolte dal sotto-segretario del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita al termine dei lavori del congresso internazionale di pastorale degli anziani «La ricchezza degli anni» organizzato all’Augustinianum di Roma dal 29 al 31 gennaio.

L’anziano come maestro di senso

Persino nei più ampi consessi internazionali si è ormai messa nell’Agenda dei prossimi anni l’urgenza di una decisa tutela delle persone anziane nell’ottica dell’inclusione, tutelandole dalla cultura dell’“ageismo” — che vede come un disvalore il passare degli anni — e da ogni forma di discriminazione. Correggere la rappresentazione negativa e svilente della vecchiaia che oggi domina molte società deve essere un impegno culturale ed educativo che coinvolge tutte le generazioni.

La vita è un dono, sempre, e finché continueremo a non dare valore alla vecchiaia non sapremo dare valore nemmeno alla vita nascente e ai bambini, ai malati e a chiunque manifesti una modalità di essere diversa da quell’ideale fittizio di perfezione edonistica e narcisistica di cui sono imbevuti la post-modernità e il mercato. È ora di agire, affinché coloro che avanzano negli anni possano invecchiare con dignità, senza temere di essere ridotti a non contare più nulla.

Per questo dobbiamo modificare l’attivismo di alcuni contesti ecclesiali in un atteggiamento di maggiore ascolto, cura e discernimento dei bisogni di chi va più lento per l’affievolirsi delle forze, ma può essere parte viva e attiva della società. Siamo Chiesa e come tali ci dobbiamo sentire interpellati a intervenire e a inventare con creatività la pastorale delle persone anziane. Abbiamo bisogno di una pastorale attenta alla diversità dei bisogni e mirata alla valorizzazione delle capacità e possibilità di ciascuno.

Ciò richiede due atteggiamenti interiori: una forte volontà di conversione del cuore per cogliere il significato profondo del valore della persona anziana e l’attitudine al dono tra le generazioni. C’è un comandamento molto bello nelle tavole della Legge, bello perché corrispondente al vero, capace di generare una riflessione profonda sul senso della nostra vita: «Onora tuo padre e tua madre». Onore in ebraico significa «peso», valore; onorare vuol dire riconoscere il valore di una presenza: quella di coloro che ci hanno generato alla vita e alla fede. E che non sono solo i nostri genitori, ma i nonni e coloro che ci hanno preceduto nelle generazioni. «È il comandamento che contiene un esito» — ci spiega Papa Francesco — poiché onorando chi ci ha preceduto possano prolungarsi i nostri giorni e siamo felici (Dt 5, 16).

La realizzazione di una vita piena e di società più giuste per le nuove generazioni dipende dal riconoscimento della presenza e della ricchezza che costituiscono per noi i nonni e gli anziani, in ogni contesto e luogo geografico del mondo. E tale riconoscimento ha il suo corollario nel rispetto, che è tale se si esprime nell’accoglienza, nell’assistenza e nella valorizzazione delle loro qualità. La vecchiaia si manifesta come un “tempo favorevole”, ove tutto converge, perché possiamo cogliere il senso della vita e raggiungere la “sapienza del cuore”.

Ma è necessario creare le condizioni perché tutti noi da anziani possiamo maturare quella sapienza, ossia la «forza tranquilla con cui si mette ordine a ciò che accade nella vita, si conserva il passato e si porta avanti il futuro», una sorta di risolutezza che rende la vita densa, seria e preziosa. È la bellezza profonda di questo insegnamento che dobbiamo trasmettere alle nuove generazioni, con una pastorale nuova e intergenerazionale, che sappia mettere in dialogo i ragazzi, fin dal catechismo, con gli anziani del loro quartiere, nella parrocchia, per le strade e nelle case. Dobbiamo creare le condizioni concrete perché ci sia davvero uno scambio di doni tra le generazioni.

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