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FEDE E RELIGIONI | 09 agosto 2019, 09:00

Meno teorie e più impegno nella vita concreta

Meno teorie e più impegno nella vita concreta

Come essere laici che trasformano il mondo e la società in cui viviamo? Una concreta road map è stata suggerita da Linda Ghisoni, sotto-segretario del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, a conclusione dell’Incontro — organizzato dal 1° al 4 agosto ad Ávila, in Spagna, dalla Acción Católica General sul tema «Realizzare il sogno di Dio» — per la formazione del laicato in parrocchia.

«Non possiamo pensare di essere laici trasformatori delle realtà in cui viviamo e lavoriamo se non siamo per primi dei trasformati» ha affermato Ghisoni, aprendo il dialogo con i 750 laici, provenienti da 45 diocesi della Spagna, presenti all’incontro con dieci vescovi e sessanta sacerdoti.

«Ma occorre prendere consapevolezza — ha aggiunto — che il nostro essere fedeli laici significa vivere da battezzati: portiamo in noi il dono di essere rinati, chiamati e inviati a portare non belle idee o progetti, ma a testimoniare con la nostra vita il Vangelo».E così, proprio in quanto «fedeli laici consapevoli del battesimo, dei diritti e doveri che ne conseguono, consapevoli di essere chiamati, siamo per vocazione inviati» che, «per vivere in maniera sana e consapevole il protagonismo che viene dal battesimo», tornano alla «fonte», attraverso la preghiera e la condivisione con gli altri, coltivando la formazione.

«Come laici — ha proseguito il sotto-segretario del Dicastero — non possiamo disincarnarci rispetto alla realtà in cui viviamo, altrimenti tradiremmo la nostra vocazione»: di qui l’appello affinché ciascuno «si chieda come può vivere con rinnovata consapevolezza il proprio essere fermento», non solo «negli ambienti di Chiesa, ma proprio nei luoghi e momenti ordinari della vita quotidiana, nei contesti di vita pubblica».

«Se siamo dei trasformati — ha rilanciato Ghisoni — allora siamo in grado di stabilire con gli altri relazioni nuove, basate su perdono, ascolto, pazienza, dialogo e accoglienza». Consapevoli che «la nostra è una missione ecclesiale, da vivere in corresponsabilità, in comunione con gli altri fratelli e sorelle, con i parroci, con i vescovi», lontani dall’«accidia paralizzante» o dal dover essere per forza «esperti religiosi di serie a».In particolare, Ghisoni non ha mancato di mettere in guardia da «alcuni rischi, tentazioni insidiose per la nostra vita che vanificano il nostro impegno».

Anzitutto l’idea di realizzare progetti e piani di azione pastorali ispirati alle migliori intenzioni, guidati dal nostro sforzo volontaristico: ma noi non possiamo fabbricare il sogno di Dio. In questo modo noi consegneremmo il potere al volontarismo e rischieremmo un delirio di onnipotenza che nulla ha a che vedere con l’immagine del Regno che Gesù ci ha offerto paragonandolo al granellino di senapa».

Però, ha fatto presente, «potremmo pure cadere nella tentazione opposta: rimanere a livello di pensiero, di idee, crogiolandoci in spiegazioni teoriche, senza impegnarci concretamente, ma compiacendoci in maniera narcisistica di belle costruzioni e idee sui laici, sulla Chiesa, sulla formazione». E «questi estremi rappresentano rischi concreti per noi oggi e hanno le loro radici in due eresie sorte nei primi secoli del cristianesimo: il pelagianesimo e lo gnosticismo che continuano a essere di allarmante attualità», come ha denunciato Papa Francesco nell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate.

«Per noi la vita ordinaria negli ambienti di casa, scuola, università, lavoro, nell’impegno sociale, politico, non è una interruzione, un inciampo rispetto al nostro vivere da cristiani» ha concluso.

«Le sfide e le difficoltà quotidiane non sono un errore di fabbricazione, sono il luogo che attende di essere vissuto da noi come cristiani, in modo che nessuna situazione possa essere una situazione di morte, di scoraggiamento, ma dove noi siamo testimoni della vita, dell’amore che in Cristo vivifica, trasforma tutto».

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