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Confcommercio VdA | 23 maggio 2019, 23:14

'Per non mangiarsi il futuro', il Manifesto Fipe sulle regole della ristorazione

Anche chef stellati fra i quali Claudio Sadler e Carlo Cracco aderiscono alla proposta della Federazione pubblici esercizi a tutela della ristorazione in Italia

Graziano Dominidiato

Graziano Dominidiato

"E' una sollecitazione importante per il mondo della ristorazione italiana e di conseguenze anche valdostana, la circolare Fipe n. 55 del 2019, tanto che su diverse testate giornalistiche è stato dato ampio risalto all’appello della Federazione italiana pubblici esercizi-Fipe 'Per non mangiarsi il futuro', presentato e condiviso al Comitato Direttivo tenutosi in Milano lo scorso 6 maggio".
Così Graziano Dominidiato, presidente Fipe VdA e Confcommercio VdA, evidenzia l'importanza della proposta Fipe per riqualificare il settore della cucina italiana che, forte di un valore dato da 300 mila imprese che producono un fatturato da 85 miliardi l'anno, sta vivendo una popolarità senza precedenti e proprio per questo necessità di norme a tutela dei professionisti di settore.

Sulla testata 'Il Sole 24 ore' di giovedì 23 maggio sono riportate le dichiarazioni del Presidente nazionale Fipe, Lino Enrico Stoppani, il quale ha ribadito l’importanza di avere regole uniformi per chiunque operi nel settore della ristorazione, e si da conto delle convinte adesioni alla causa in parola di numerosi noti chef, fra i quali Claudio Sadler e Carlo Cracco, e di diverse centinaia di ristoratori.
Medesimo, importante articolo è stato pubblicato sul sito on line del Corriere della Sera, e altri se ne attendono nei prossimi giorni: l'articolo del Sole 24Ore è allegato in formato PDF al presente articolo (in fondo al testo ndr).

Di seguito la versione integrale del Manifesto Fipe 'Per non mangiarsi il futuro'

La cucina italiana: orgoglio degli italiani, ispirazione per gli stranieri, ali e radici per chi viene e torna nel nostro Paese. In numeri, la nostra ristorazione vale 300mila imprese, 85 miliardi di fatturato e 43 miliardi di valore aggiunto all’anno per 1 milione di occupati. Meno puntuale, ma non meno strategico, il valore intangibile del settore in termini sociali, storici, culturali, antropologici e come volano dell’attrattività turistica e dell’intera filiera dell’agroalimentare del Paese. Ora, poi, il settore sta vivendo una popolarità senza precedenti, con gli Chef famosi come attori e contesi come influencer, a dimostrazione che la cucina - da sempre strumento di comunicazione - è appetibile anche come strumento di consenso.
 
Bene, insomma, ma non benissimo. Questi risultati sono la punta di un iceberg fatto del lavoro di centinaia di migliaia di imprese che, con la loro professionalità, creatività e quotidianità, fanno la forza di questo settore, che riceve a parole grandi pacche sulle spalle, ma nei fatti rischia oggi un impoverimento senza precedenti.   Ogni giorno nelle scelte politiche si incentivano settori che effettuano di fatto somministrazione, senza essere sottoposti alle stesse regole che si applicano alla ristorazione e ai pubblici esercizi in generale.
 
Ci riferiamo agli operatori del settore agricolo, ai circoli privati, al terzo settore, ai negozi di vicinato, agli home restaurant, allo street food etc.  Perché se non ti chiami “pubblico esercizio”, non importano i servizi igienici, la presenza di spazi per il personale, gli ambienti di lavorazione idonei, la maggiorazione sulla Tari e il rispetto delle normative di Pubblica Sicurezza. 
 
La disparità di condizioni non genera nel mercato soltanto concorrenza sleale, ma finisce per impoverire il mercato stesso nel momento in cui le attività di ristorazione chiudono, magari per reinventarsi in esercizi più semplici, dove tagliare i costi del servizio e di preparazione, con effetti immaginabili sulla qualità del prodotto, sui rischi alimentari dei consumatori, sull’occupazione del settore e l’attrattività delle nostre città.  

Non chiediamo meno regole: chiediamo che vengano applicate le stesse regole per la stessa professione, anche a tutela e a salvaguardia dei 10 milioni di clienti che ogni giorno frequentano i Pubblici Esercizi. Non chiediamo meno concorrenza: auspichiamo, anzi, che ce ne sia sempre di più, ma per migliorare il mercato, non per renderlo più fragile.
 
Non chiediamo privilegi o corsie preferenziali: chiediamo alle Istituzioni più attenzione e un tavolo, promosso dai ministeri competenti, con la partecipazione dei diversi attori della filiera - che apparecchi una visione strategica complessiva e consapevole per il settore.  

I sottoscrittori di questo appello hanno fatto degli investimenti qualitativi e del rispetto delle regole, un punto di merito e uno stimolo per migliorare la qualità del settore, tutelando le scelte di milioni di consumatori. 
 
È così che vogliamo difendere la categoria, quella delle imprese della ristorazione: salvaguardando il contributo che offre all’economia italiana, un contributo di varietà e, soprattutto, di qualità, tratto distintivo del Food in Italy  che tutti conosciamo. E amiamo.

L’appello è stato già inviato al Vice Primo Ministro Di Maio, al Vice Primo Ministro Salvini e al Ministro Centinaio, unitamente alla lettera di accompagnamento a firma del Presidente Stoppani.

Files:
 Allegato 1 CIRCO 56-19 Invito alla firma del Manifesto Fipe sul sole 24 ore articolo (399 kB)

info Fipe-Confcommercio

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