INTEGRAZIONE E SOLIDARIETÀ | mercoledì 13 novembre 2019 00:10

INTEGRAZIONE E SOLIDARIETÀ | 10 maggio 2019, 10:02

Operatori accoglienza, 'aggressione di migrante a nostro collega frutto di perversi meccanismi sociali'

Operatori accoglienza, 'aggressione di migrante a nostro collega frutto di perversi meccanismi sociali'

"Prendiamo la parola non per commentare, né per dare spiegazioni. Lo facciamo per complessificare e per non banalizzare, cercando quanto, alla ribalta di un gesto violento, sta invece nel retroscena che quel gesto, per chi lo ha fatto e per chi lo ha subito, prepara e rende possibile".

Interviene così, in una nota, il 'collettivo degli operatori dell'accoglienza valdostani' in merito all'aggressione subìta recentemente ad Aosta da un loro collega da parte di un ospite africano richiedente asilo. Aggressione della quale si dicono loro malgrado "testimoni", ovvero "testimoni di processi che durano da tempo. Di meccanismi violenti di precarizzazione e di incertezza, di sottrazione dolosa di risorse e di prospettive di esistenza, quando non di rifiuto e di condanna per forza di legge".

Gli operatori del collettivo non si stupiscono dunque del fatto che "episodi del genere si producano", né si stupiranno "quando si riprodurranno e si moltiplicheranno all’ombra di concetti come ‘integrazione’ e ‘sicurezza’, che si attorcigliano ormai su loro stessi finendo per crollare quando tentano di farsi realtà. Non ci stupiamo perché è nel nostro sentire quotidiano il peso dell’assenza di progetti complessivi e intelligenti. Sono nel nostro sentire la burocratizzazione usata come arma di difesa e di attacco e il discrimine cripto-razzista, anticamera dell’invisibilità, di quei tavoli che, di fronte al disagio e al diritto, nervosamente rispondono che ‘non ci sono risorse nemmeno per i Nostri’".

Il collettivo afferma di riconoscere "le solitudini di chi è messo da parte, sottratto per decreto al legame sociale e da quei luoghi di esilio, simbolici e reali (dai ghetti ai campi, dalle frontiere alle procedure amministrative a ostacoli), finiscono a volte, drammaticamente, col tornare ad interrogarci. Di coloro che, eternamente scrutati, a scadenze successive devono meritare di esistere, meglio se in silenzio. E riconosciamo in tutto questo un gioco di riflessi, dove solitudine e rabbia sono anche le nostre, di operatori colpiti prima di tutto dal sospetto e dal cinismo e messi all’angolo dal progressivo, esaltato sprigionarsi di istanze securitarie, a cui fa tuttavia da contrappunto la delegittimazione delle libertà pubbliche e dei diritti di tutti".

Concludono gli operatori sociali: "Ancora una volta, allora, non ci stupiremo quando, dietro allo specchio delle migrazioni, sarà il nostro volto quello che vedremo".

p.g.

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