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FEDE E RELIGIONI | 08 febbraio 2019, 09:30

PAPA: Un carcere dalla “finestra” aperta

PAPA: Un carcere dalla “finestra” aperta

«La pena, ogni pena, non può essere chiusa, deve avere sempre “la finestra aperta” per la speranza, da parte sia del carcere sia di ogni persona». Incontrando in Vaticano giovedì mattina, 7 febbraio, gli agenti di custodia del penitenziario romano di Regina Coeli, Papa Francesco ha detto senza mezzi termini che «ognuno deve avere sempre la speranza del reinserimento parziale», anche «gli ergastolani».

Integrando il testo preparato con una considerazione personale, il Pontefice ha confidato infatti di pensare proprio a questi ultimi e al lavoro in carcere. «Dare, fare lavori... — ha spiegato — Sempre la speranza del reinserimento» per chiunque deve scontare una condanna. Perché per Francesco «una pena senza speranza non serve, non aiuta»; al contrario «provoca nel cuore sentimenti di rancore, tante volte di vendetta, e la persona esce peggio di come è entrata». Ecco allora la necessità, sempre, di «far sì che ci sia la speranza» e di «aiutare a vedere sempre al di là della finestra, sperando nel reinserimento», ha raccomandato il Papa rivolgendosi direttamente agli agenti di custodia.

«So che voi lavorate tanto — ha detto loro in proposito — guardando questo futuro per reinserire ognuno di coloro che sono in carcere».Un servizio che esige impegno: perciò, ha assicurato loro, «vi accompagno con il mio affetto, che è sincero. Io ho tanta vicinanza con i carcerati e le persone che lavorano nelle carceri». E tornando con la memoria al ministero svolto a Buenos Aires, ha ricordato che «nell’altra diocesi andavo spesso al carcere; e adesso ogni quindici giorni, la domenica, faccio una telefonata a un gruppo di carcerati in un carcere che visitavo con frequenza. Sono vicino». Il motivo lo ha spiegato ancora una volta: «sempre ho avuto una sensazione quando entravo nel carcere: “perché loro e non io?”.

Questo pensiero mi ha fatto tanto bene. Perché loro e non io? Avrei potuto essere lì, e invece no, il Signore mi ha dato una grazia che i miei peccati e le mie mancanze siano state perdonate e non viste, non so». Da qui l’esortazione a rivolgersi spesso quella domanda “perché loro e non io?”, che «aiuta tanto» a comprendere che il carcere oltre a essere «luogo di pena nel duplice senso di punizione e di sofferenza» ha anche «molto bisogno di attenzione e di umanità».

Una convinzione ribadita anche in una lettera inviata nei giorni scorsi a un gruppo di detenute argentine. «Voi siete private della libertà, ma non della dignità o della speranza», ha detto alle donne, molte delle quali sono madri. «Non dovete lasciarvi cosificare — ha raccomandato loro — non siete un numero; siete persone che generano speranza».

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