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FEDE E RELIGIONI | venerdì 19 maggio 2017, 09:34

Il nome di Dio non si onora uccidendo

La ferma condanna del fondamentalismo religioso e del ricorso alla forza per risolvere i conflitti è stata ribadita da Francesco nel discorso rivolto stamane, giovedì 18 maggio, a sei nuovi ambasciatori presso la Santa Sede. «A chi deturpa l’immagine di Dio — è stato il suo appello — si opponga un impegno corale per mostrare che si onora il suo nome salvando vite e non uccidendole».

Ricevendo nella Sala Clementina le lettere credenziali del primo rappresentante diplomatico di Mauritania e dei nuovi ambasciatori di Nepal, Trinidad e Tobago, Sudan, Kazakhstan e Niger, Francesco ha pronunciato un discorso in cui, partendo dall’attuale «scenario internazionale attraversato da dense nubi», ha auspicato «maggiore consapevolezza dei comportamenti e delle azioni necessarie per imboccare un percorso di pace che diminuisca le tensioni». Il Papa ha individuato tra «i fattori che acuiscono i problemi» anzitutto l’errata concezione di «un’economia e una finanza che, invece di servire l’essere umano, si organizzano per servire sé stesse e sottrarsi al controllo dei pubblici poteri».

Il Pontefice ha denunciato inoltre «il crescere della propensione a considerare il ricorso alla forza non come ultima ratio ma quasi come un mezzo fra gli altri». Ma soprattutto ha messo in guardia contro «l’abuso della religione per giustificare la sete di potere, la strumentalizzazione del santo nome di Dio per fare avanzare» i disegni egemonici. Si tratta, ha detto in proposito, di vere e proprie “degradazioni” che «fanno correre alla pace nel mondo» enormi rischi. «L’uomo e non il denaro torni ad essere il fine dell’economia» ha auspicato, esortando a «far fronte alle divergenze con la pazienza coraggiosa del dialogo e della diplomazia, con iniziative d’incontro e di pace e non con l’esibizione della forza e il suo uso precipitoso e sconsiderato».

Da qui l’invito anche a «isolare chiunque cerca di trasformare un’appartenenza e un’identità religiosa in motivo di odio». A questa mentalità bisogna opporre l’impegno a portare «riconciliazione e pace e non divisione e guerra», agendo «con la misericordia e la compassione e non con l’indifferenza e la brutalità». Solo così, ha concluso, «la causa della pace e della giustizia farà concreti passi avanti».

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