Panta Rei | sabato 29 aprile 2017 23:19

Panta Rei | martedì 22 novembre 2016, 09:30

I politici discepoli di Kundera

Ma quanto corriamo? In ogni campo del nostro quotidiano, intendo. Avviamo l’auto e siamo già in sorpasso su chiunque ci stia davanti, anche se non siamo minimamente in ritardo.

Comunichiamo a ritmo superveloce, via mail, chat, sms con le parole abbreviate perché neppure il T9 ci basta più (“cmq” mi irrita come un bruscolo nell’occhio). Un conoscente ci chiede come stiamo e la risposta è, immancabilmente,  “Eeeh, di corsa!”. Se invece siamo in vena di concedergli uno spazio di confidenza, possiamo spingerci fino a “ci prendiamo un caffè veloce?”. 

Non parliamo delle spese, vere e proprie maratone tra gli scaffali con un occhio all’orologio e l’altro alla coda più breve alle casse. Nello sport correre non basta più, dobbiamo farlo in montagna, salendo sempre più all’estremo, i trail si moltiplicano a go-go. Rimanendo sul tema tempo libero (se ce ne prendiamo ancora), le tecniche cinematografiche non ci aiutano, i film recenti sono un frenetico scorrere di immagini ed effetti speciali, arrivi alla fine con il fiatone anche se sei seduto sul divano.

Idem per l’informazione,dalla velocità con cui vengono lette le notizie dei telegiornali è difficile capire dove finisce una notizia e ne comincia un’altra. Se facciamo un viaggio di piacere, puntiamo diretti alla meta, neanche guardiamo i paesaggi che stiamo attraversando. Insomma, gli esempi si sprecano e la domanda è sempre la stessa: a che pro?

Cosa temiamo che ci sfugga se perdiamo un’ora? Questa fretta sembra un alibi per non concederci spazi di riflessione. Un atteggiamento che Milan Kundera spiega in un modo tanto semplice quanto lampante: se camminiamo e vogliamo ricordarci qualcosa  istintivamente rallentiamo e, per contro, acceleriamo per allontanarci da qualcosa di sgradito, quasi volessimo dimenticarlo lasciandocelo alle spalle.

Siamo dunque così insoddisfatti della nostra vita da non volerci soffermare ad osservarla?  Siamo intimoriti dal silenzio, dagli spazi vuoti di azioni, non sappiamo goderne per rivolgere l’attenzione a noi stessi e alle nostre esigenze private. La noia è stata rivalutata come stimolo alla creatività, ma in realtà la temiamo e cresciamo i bambini oberati da impegni perché non sia mai che la debbano provare (temiamo che comincerebbero a farci domande?...)

Eppure, se ci troviamo costretti a rallentare, ci accorgiamo che il mondo non va a fuoco, riusciamo a fare le stesse cose e troviamo anche il tempo di respirare e di percepire la quiete che c’è nella natura che di solito ignoriamo. Tuttavia non impariamo mai.  Dovremmo, forse, prendere ad esempio i nostri politici?

Osservate la calma con cui prendono a cuore la cosa pubblica, quanto tempo impiegano per prendere dei provvedimenti, come ammettono con umiltà di voler riflettere anche anni su questioni spinose prima di decidere, come sanno stoicamente fare passi indietro, e se il caso di nuovo avanti, se la loro “coscienza” lo richiede.

Insomma, una vera dimostrazione di saggezza ispirata da un’equilibrata lentezza…. Fino a che non si avvicinano le elezioni.

panta rey

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